Il blog di Oz
16feb/10Off

L’osservazione osservante

La maggior parte degli individui, pur affrontando i problemi, si relaziona al mondo senza minimamente pensare che esiste una differenza tra le proprie esperienze sensoriali e le astrazioni costruite in base a queste esperienze; nello specifico, si crede in una realtà oggettiva data a priori, osservando magari le mappe costruite senza, però, osservare quasi mai come avviene questa partecipazione a tale costruzione. Tutto questo comporta una teoria semplice e casuale di se stessi e del mondo, che porta ad attribuire agli altri le stesse emozioni e idee che si riconoscono in sè, non avendo coscienza dei presupposti e dei pregiudizi che guidano il nostro pensare e agire. Così facendo, gli individui si pongono, raramente, a contatto con l'idea di essere essi stessi gli artefici della costruzione della vita quotidiana, di essere loro quei costruttori di accadimenti e significati, a volte arbitrari, ma, quasi sempre, anche condizionati da eventi e stati d'animo, non necessariamente coerenti.
Qualunque sequenza di azioni individuiamo in noi e negli altri, possiamo supporre che abbia uno o più pattern organizzativi, o semplicemente strutture, che presiedono alla loro costruzione. Il rischio di non ricercare queste strutture ricade su una ricerca alternativa di cause prime, ovvero, nel poter ritenere che ci siano una parte di azioni che controlla e condiziona le altre successive, in un stretto rapporto di causa ed effetto, stimolo e risposta. Avere una consapevolezza dei legami e dei collegamenti che si verificano tra l'individuo e il contesto e tra i differenti contesti; connettere tra loro i contesti di significato che hanno avuto valore nel tempo; analizzare il rapporto tra i significati e i contesti che partecipano alla costruzione della realtà, tra tempo passato, presente e futuro, ci permette di evidenziare la possibilità di avere più chiavi di lettura della stessa situazione e di constatare come posizioni differenti, all'interno di un sistema, comportino interpretazioni diverse.
Tuttavia, le lenti attraverso le quali vediamo il mondo e i criteri che usiamo per organizzarlo, rischiano di essere rigidi e ripetitivi, cosicché ogni individuo dovrebbe assumersi, come analisi introspettiva, il passaggio obbligato da osservatore del mondo ad osservatore della propria osservazione e della propria partecipazione al processo di costruzione della realtà. Keeney suggerisce, allora, tre livelli d'analisi, per dirigere un qualunque osservatore, che sia un formatore, un terapeuta o un anche semplice individuo, verso un grado di comprensione, che includa, tramite processi ricorsivi, la propria maniera di sapere e la maniera di sapere in che modo si sa: un primo livello cosiddetto "etnografico", di attenzione ai "dati grezzi", nati dalla capacità di distinguere gli elementi chiave o le sequenze di interazioni, che accompagnano la vita di ogni individuo; un secondo livello, che dia conto e inerisca alla costruzione delle possibili  punteggiature e alla connessioni dei dati, al fine di creare differenti letture; infine, un terzo livello, che permetta all'osservatore stesso di render conto delle procedure utilizzate, per organizzare i differenti dati, rimanendo pur sempre attento alle cornici adottate e alle distinzioni compiute proprio come osservatore.

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