Il blog di Oz
6mar/10Off

“Dicono che”

Abituati come siamo ad un movimento continuo e stressante di pensieri e parole, fermarsi un momento e non trovare da fare e da pensare può sembrare un paradosso nefasto, sconcertante, una noia nauseante a tal punto che era preferibile quella stanchezza formattata d’impegni da cui non vedevamo l’ora di disintossicarci fino ad un attimo prima di fermarci e riposare. Il panico: e che? non ho niente da fare? Allora chi con prontezza salvifica, chi dopo una lunga serie di lamentele, tutti troviamo un qualcosa da fare per impegnare questo tempo che… altrimenti che ci sta a fare?
La selezione mica è difficile, c’è sempre qualcosa che desideriamo fare e centrare come un obiettivo a cui tendere: dal più banale mangiare al più complesso lavorare, dove il grado di complessità dei desideri è proporzionale alla difficoltà della scelta e dell’apparato di limitazioni che essa comprende.
Ma il punto delle questione, metabolizzato in un momento di stasi che volevo presto rimpiazzare, non è la necessità di scegliere un diversivo (nei fatti dispersivo!) ma il suo contenuto e il suo perché: si sceglie ciò che si desidera e ci identifica - considerato la difficoltà della realizzazione meglio dire che si sceglierebbe, condizionale, sempre ciò che si desidera e che ci identifica - e questo perché fissata (o solo ipotizzata) col tempo una nostra identità saremo tanto più felici - la felicità è il fine delle nostre azioni, il loro perché, filosoficamente parlando - quanto più riusciremo a realizzarla, a portarla a compimento questa nostra identità. Quindi, stabilito cosa scelgo e perché lo scelgo, trafficando ancora con se stessi , c’è da chiedersi quali desideri e identità ci appartengono realmente, nascendo dall’anima come segni distintivi dell’io, e quali sono invece meno significative abitudini che la realtà esterna e capziosa nei suoi colossali meccanismi, ci insegna, o ci inculca, senza neanche accorgercene. Talvolta mi sembrano così scontate, così amorfe, le azioni e i pensieri che condividiamo che la realtà mi assomiglia drasticamente ad un’asta di “identità” da accalappiare in fretta per realizzarsi. Che tristezza!
L’identità è un’incognita da risolvere pian piano, attraverso l’analisi e la sintesi dei desideri, delle potenzialità innate o acquisite con l’esperienza che vanno messe a frutto perché la nostra vita abbia un’architettura specifica. Se l’insieme delle nostre attività è un surrogato della società, quasi una grazia, una misericordia concessa perché avessimo un qualcosa da fare, un qualcosa a cui pensare, un qualcosa a cui siamo stati abituati a dipendere, quasi fosse lo scopo della nostra vita…c’è da chiedersi cosa sia l’identità…

Desiderare
desiderare

prima ancora
dei pasti
dei pensieri
del mio lavoro

una misericordia

se non chiedi
sai replicare?

Grazie fatali
un parto
di bisogni
di limitazioni

e me stessa
condivisa
di identità
anonime

la Natura
s’affretta
a dimenticarsi
di sé

senza lezioni
d’amore.

Lu ©

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