I Social Network: un Paese per vecchi
Articolo apparso sul n°33 di spotandweb.it di Mercoledì 24 Febbraio.
Il termine “social” è ormai sulla bocca di tutti. Persino la politica ha iniziato a farne uso per comunicare ai cittadini programmi elettorali e iniziative di partito: Social Network, Social Media, Social Media Marketing, Social Bookmarking, Social Advertising, Social Aggregator, Social game, social tagging, social search… ce n’è per tutti i gusti. Obama per esempio, ”The Internet President”, ha appena ribadito il suo impegno ad avvicinarsi al popolo americano sfruttando i social media. In particolare, Alec Ross, responsabile per l’innovazione nell’ufficio del Segretario di Stato Hillary Clinton, il mese scorso si è rivolto ad una platea di 30 giornalisti di tutto il mondo giunti a Washington per alcuni incontri organizzati dal Foreign Press Center affermando: “Il mondo sta cambiando velocemente e noi vogliamo cogliere tutte le opportunità di questa rivoluzione”. Ma non serve attraversare l’Atlantico per trovare esempi di politica 2.0, infatti anche in Italia ci stiamo dando da fare in questo senso: il blog di Di Pietro è tra i più seguiti e il Partito Democratico ha persino una Web TV “YouDem”.
Ma perché questo intensificarsi dell’uso degli strumenti 2.0 in contesti seri e impegnati se il mondo dei social è universalmente considerato come un mondo popolato da teenager? Forse perché questo è solo un vecchio stereotipo che ricerche e dati statistici hanno ormai sfatato.
Nell’immaginario collettivo i social network vengono visti come spazi dedicati a un pubblico molto giovane, in particolare gli early adopter di riferimento sono sempre stati i ragazzi delle scuole superiori o dell’università. Oggi, invece, ci si sta rendendo conto che tale assioma è falso. Twitter per esempio rappresenta un nuovo modello di successo per Internet: questa piattaforma ha avuto un aumento significativo di iscritti grazie alla popolazione tra i 35 e i 54 anni che, secondo i dati di Forrester Research, ha contribuito alla crescita complessiva del sito per il 60%. Un’altra prova della sua diffusione tra gli over 30 è data dalle attenzioni che il Governo inglese gli ha dedicato. È stata infatti appena pubblicata una guida per un uso intelligente dei post nella Pubblica Amministrazione: i cinguettii su Twitter ormai, integrano sempre più spesso le comunicazioni ufficiali e le istituzioni devono preoccuparsi della loro immagine social.
Un altro spazio dedicato in maniera inequivocabile agli adulti e che ha un enorme seguito è Linkedin: il portale dedicato a chi cerca e offre lavoro. Qui di adolescenti non c’è proprio traccia.
Guardando i dati diffusi da Pingdom.com, un portale dedicato alle ricerche di mercato e all’analisi delle tendenze sulla rete, emerge che, considerando diciannove tra i più diffusi social media nel mondo, il 25% degli utenti è nella fascia trai 35 e i 44 anni; questo significa che senza dubbio non sono i teenager a dominare la scena social, ma gli adulti.
Entrando più nel dettaglio, risulta che Bebo e MySpace sono diffusi i più diffusi tra gli under 17, mentre il 64% degli utenti di Twitter e il 61% degli utenti di Facebook è over 35.
L’età media nei social network è 37 anni, in particolare 44 su Linkedin, 39 su Twitter, 38 su Facebook, 31 su My Space e 28 su Bebo.
A questo punto pare sia innegabile che la forbice degli utenti si sia allargata fino ad includere anche gli adulti, ma siamo sicuri che la social mania non abbia già contagiato anche i più piccoli? In realtà, anche questa è una domanda retorica. È di qualche giorno fa la notizia che Dubit, una marketing agency anglosassone, ha reclutato migliaia di ragazzini dai 7 anni in su per usarli come brand ambassador. Oltre a sponsorizzare i prodotti, i bambini sono una fonte preziosa di informazioni, poiché rispondendo a questionari di soddisfazione possono arricchire notevolmente le tradizionali ricerche di mercato. In cambio i baby-endorser ottengono una paghetta settimanale di circa 28€. Scontato il fiume di polemiche che ha sommerso l’agenzia.
Prima gli adolescenti, poi gli adulti, ora anche i bambini… e adesso a chi tocca?
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