Lo studio dell’esperienza

“Il mondo non ha oggetti perchè nel momento in cui si utilizza il termine ‘mondo’ si sta già compiendo un’inferenza riguardante la propria esperienza. La struttura è rilevata dall’esperienza sensoriale. Se si considera l’esperienza come primaria, l’unica cosa che si può fare è sperimentare. L’esperienza è la causa, il mondo la conseguenza.”
La conoscenza è rappresentazione mentale: la mente opera manipolando simboli che rappresentano caratteristiche del mondo o del mondo stesso in un certo modo. Secondo questa ipotesi cognitivista, lo studio della conoscenza, in quanto rappresentazione mentale, delimita l’esatto dominio delle scienze della cognizione. Varela, Thompson e Rosch propongono di usare il termine <<enattivo>> per dar risalto alla convinzione che la conoscenza non è la rappresentazione di un mondo prestabilito, da parte di una mente prestabilita, ma piuttosto l’enazione, cioè, la produzione di un mondo e di una mente sulla base delle diverse azioni che un uomo compie nel mondo.
Alcune forme di scienza cognitiva, tra cui la neuroscienza, partono dall’opinione che la conoscenza può essere studiata indagando le particolari strutture dei sistemi cognitivi. Queste proprietà biologiche possono essere associate alla conoscenza solo tramite il comportamento. L’assunto fondamentale, dunque, è che ad ogni forma di comportamento ed esperienza sia possibile attribuire delle strutture cerebrali specifiche, così, come è vero, che le modificazioni nella struttura cerebrale si manifestano in alterazioni comportamentali ed esperenziali.
L’intuizione fondamentale dell’approccio enattivo sta nel fatto di poter vedere le nostre attività come riflessi di una struttura, senza perdere di vista l’immediatezza della nostra esperienza. Quindi, il rapporto che si viene a delimitare tra scienze della cognizione ed esperienza umana porta le scienze stesse a dover disporre di un metodo per esplorare e conoscere cosa, di fatto, l’esperienza umana sia. Bisogna partire dalla consapevolezza di quanto poco presenti normalmente si è; ad esempio, di solito, si può notare la tendenza della mente a vagare quando solo cerchiamo di eseguire un compito mentale e questo errare interferisce con il compito stesso. In realtà, solo raramente il corpo e la mente sono strettamente coordinati, non facendoci totalmente presenti nelle esperienze che viviamo. Quindi, come potrebbe questa mente diventare uno strumento per conoscere se stessa? La dissociazione della mente dal corpo, della consapevolezza dall’esperienza, è il risultato di un abitudine e le abitudini possono essere spezzate.
Se praticare, dunque, la consapevolezza dell’esperienza e la presenza del corpo con la mente ha come risultato quello di portarci più vicino alla nostra esperienza, invece che allontanarci da essa, potremmo allora provare a chiederci qual’è il ruolo, in tutto questo, della riflessione. Ciò che Varela, Thompson e Rosch suggeriscono ci porta ad una modificazione nella natura della riflessione da attività astratta e non-presente a riflessione presente e “il-limitata”.























