4mag/100

13. Uçan Süpürge Kadın Filmleri Festivali / 13th Flying Broom Women’s Film Festival

6-13 Mayıs 2010 tarihleri arasında 13.sü düzenlenecek Uçan Süpürge Uluslararası Kadın Filmleri Festivali'nin tanıtım filmi...

Direction & Design: Deniz Kader & Candaş Şişman
Producer: Selda Taskin
3d Animation & Particles: Deniz Kader
Compositing & Colour & 2d animation: Candaş Şişman
Sound design : Alican Okan

4mar/100

I fattori espressivi del montaggio

I fattori espressivi del montaggio sono elementi non produttori di significato che enfatizzano l’emotività dell’azione scenica.


SCANSIONE

Il passaggio da un’inquadratura ad un’altra fa variare non solo le immagini, ma anche le grandezze scalari di campo/piano, le determinazioni cromatiche ed i valori sonori. Esistono due tipi fondamentali di scansione: per analogia e continuità (dolce) come avveniva nel cinema classico, e per contrasto e discontinuità (violenta), tipica dell’horror e del thriller ed usata da Ejzenstein.


RITMO
(o scansione temporale)

Il movimento è l’essenza del cinema in quanto è responsabile dell’effetto di realtà. Diversi tipi di movimento: un doppio movimento interno all’inquadratura dovuto allo spostamento fisico delle persone e/o cose e quello dei movimenti di macchina (m.d.m.); un movimento esterno prodotto dal montaggio con cambio della grandezza scalare e/o angolazione.


RITMO PURO

Griffith è stato il primo ad intuire l’importanza del ritmo ai fini di un’organizzazione emotiva delle immagini. Negli anni ’20 due scuole si animarono sull’argomento: la scuola sovietica con Kulesev e Ejzenstejn, alla ricerca di concetti astratti, e la scuola francese, alla ricerca di un ritmo puro. Griffith diede ad alcune sequenze del film una nuova ritmica accelerata, montando inquadrature progressivamente più corte. Mitry sostiene come un ritmo puro, portatore di significazione autonoma, non può esistere al cinema, ma può solo costituire un’ulteriore qualificazione emotiva, che serve ad enfatizzare i significati preesistenti.


MONTAGGIO RITMICO

Con la curva d’attenzione Spottiswoode afferma che il valore emotivo di un film risulta dal contenuto dell’inquadratura e dalla frequenza di taglio del montaggio. La durata ideale di un’inquadratura corrisponde al suo tempo di lettura. Spottiswoode nota che se il taglio di un’inquadratura interviene prima che sia raggiunto il suo picco di massimo interesse provoca insoddisfazione nello spettatore; al contrario, se interviene dopo, provoca impazienza. Per Spottiswoode il taglio deve avvenire nel punto di massimo interesse; tagliare prima che il valore emotivo torni a zero provoca un residuo, che si va a sommare all’inquadratura successiva, producendo man mano un maggiore effetto di accumulazione dovuto ad un maggiore aumento della frequenza di taglio (15”). Alcune situazioni narrative richiedono un certo tipo di emotività espressa da un montaggio veloce e serrato (es. sequenze d’azione), altre richiedono un montaggio più ampio e disteso (es. momenti drammatici e sentimentali).
Quindi, in definitiva, occorre alternare ritmi serrati a ritmi più distesi poiché la vicinanza di ritmi diversi serve a enfatizzare l’effetto di ognuno di essi. Il ritmo deve essere inteso come una variazione.


IL RITMO NEL CINEMA CONTEMPORANEO

Il ritmo è inteso come una variazione, e non come un’accelerazione, e ciò che conta è il tempo psicologico dello spettatore. Nei film di largo respiro narrativo e/o d’interesse psicologico il taglio viene posticipato rispetto al picco d’interesse perché è più funzionale all’espressività del discorso filmico. Questi “tempi morti” permettono allo spettatore di fare proprio lo stato psicologico di un personaggio; al contrario, quando il taglio è anticipato si viene a creare nello spettatore un’accumulazione e una voglia di completamento che tengono desta la sua attenzione e lo coinvolgono empaticamente nell’azione.

4mar/100

Il montaggio o post-produzione

Il montaggio è considerato il momento fondante del cinema perché è in questa fase che le inquadrature si costituiscono in linguaggio e permettono di costruire discorsi audiovisivi.

Le funzioni del montaggio:

  • Informativa – Descrittiva
  • Narrativa
  • Metaforica – Concettuale
  • Ritmica


TEORIE ESTETICHE DEL MONTAGGIO

Montaggio delle attrazioni

Da un lato Kulesov dimostra che il rappresentare del cinema significa sia capacità di ripresentare ciò che già esiste nella realtà, che possibilità di presentare ciò che nella realtà non esiste; dall’altro Ejzenstejn sviluppa una sua teoria che chiama “montaggio delle attrazioni”: è ogni elemento dell’attrazione che sottopone lo spettatore ad un’azione sensoria o psicologica. Questo montaggio non si basa sulla concatenazione crono-logica delle immagini, ma su uno scontro delle stesse producendo emotività e significazione. Se a tutto questo si aggiunge la mancanza, in molti film, di un eroe centrale a favore del protagonista ”massa” si intuisce come questo montaggio non abbia avuto successo nel cinema commerciale.


Montaggio analitico

Caratterizza il cinema americano e mondiale degli anni ’30, ma è anche dominante nel cinema contemporaneo.
Il montaggio analitico, elaborato da Griffith, si basa sulla moltiplicazione del punto di vista e del carrellato spezzettamento della scena in tante inquadrature, che propongono, da un lato, un miglioramento della qualità delle immagini e, dall’altro, consentono di concentrare l’attenzione dello spettatore solo sui dati più essenziali. Lo spettatore è così indotto a credersi partecipe degli eventi cui assiste e a giustificare i punti di vista proposti dalla cinepresa.


Montaggio proibito

"Quarto Potere" di Orson Welles è uno spartiacque fra il cinema in montaggio analitico e il cinema moderno, perché con il suo montaggio in profondità di campo rinuncia allo spezzettamento dell’azione e alla moltiplicazione del punto di vista. La rinuncia alla frammentazione della scena e alla moltiplicazione del punto di vista fu già ripresa da Rossellini e da tutto il Neorealismo italiano con lo scopo dichiarato che le immagini restituissero il vero della realtà rappresentata.
Bazin ci parla di “montaggio proibito” quando non è consentito utilizzare il campo-controcampo per fare vedere due aspetti simultanei di un’azione (es. domatore e leone). Sull’onda della sue teorie, Godard, Truffaut e Antonioni cominciarono a fare uso di lunghe, complesse ed ininterrotte inquadrature in movimento, che restituivano lo sviluppo di un’intera situazione narrativa (piani-sequenza).


Piano sequenza

Il piano sequenza riporta in forme inalterate la continuità spazio temporale della realtà e dà allo spettatore la sensazione di essere presente sulla scena muovendo la proprio testa. Il piano sequenza non ha il compito di riportare, in forma inalterata, la verità della realtà, ma suggerisce l’unità ideale e la continuità ideologica di fatti e persone vissute in epoche e luoghi diversi.


Il montaggio nel cinema contemporaneo

Il cinema contemporaneo usa sempre di più la cinepresa come una "caméra-stylo" ed il linguaggio come uno strumento plasmabile ai fini di una scrittura creativa molto personalizzata. Tutto può essere mischiato perché il risultato sia funzionale a ciò che s’intende esprimere.

2mar/100

Alice in Wonderland

Alice in Wonderland è un film in post-produzione diretto da Tim Burton, la cui uscita è prevista per il 3 marzo 2010, e tra gli altri interpretato da Johnny Depp, Mia Wasikowska, Anne Hathaway, Helena Bonham Carter e Crispin Glover. L'opera mescola tecnologie visive e di fotografia tra live action, motion capture e stop motion.

È la trasposizione cinematografica dei racconti "Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie" e "Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò" di Lewis Carroll.

11feb/100

Maga Martina (Walt Disney Pictures)

Walt Disney Pictures presenta una produzione Blue Eyes TRIXTER, in coproduzione con Classic (Amedeo Pagani), DOR Film, Steinweg Emotion, Pictures, Buena Vista International e Film Production Babelsberg.

"Teodolinda è una strega buona che decide di ritirarsi, ma prima deve trovare la sua degna erede, colei che prenderà il titolo di super-maga. Affida la missione al drago Ettore che nella ricerca sarà guidato dal Libro Magico. Ettore incontrerà così Martina, una bambina che dovrà dimostrare di essere all'altezza del compito, superando una prova di 99 ore. Martina si ritroverà a dover fronteggiare il perfido Geronimo e il suo “scagnozzo” Serafino, che cercheranno in tutti i modi di impossessarsi del Libro Magico che gli permetterebbe di creare la Macchina per Governare il Mondo. Ma Martina, con l'aiuto del drago Ettore e dei suoi amici, riuscirà a sconfiggerlo riuscendo così a dimostrare di essere la degna erede di Teodolinda e quindi futura super-maga."


Regia
: Stefan Ruzowitzky

Sceneggiatura: Stefan Ruzowitzky, Ralph Martin, Armin Toerkell, in collaborazione con KNISTER (Autore del libro “MAGA MARTINA E IL LIBRO MAGICO DEL DRAGHETTO” pubblicato dalla casa editrice SONDA)

Distribuzione: Walt Disney Pictures

Uscita in Italia: 12 Febbraio 2010

www.disney.it/magamartina

31gen/100

I movimenti di macchina

I movimenti di macchina (m.d.m.) possono essere suddivisi in panoramiche e carrellate, alle quali bisogna aggiungere altri vari movimenti ottenuti con attrezzature particolari quali: dolly, gru, louma, steady-cam e sky cam.
Le panoramiche sono le immagini ottenute facendo ruotare la camera su uno dei due assi (orizzontali e verticali) e mantenendola ferma sulla sua posizione; inoltre si hanno panoramiche circolari ed oblique.
Nelle carrellate, invece, la cinepresa viene spostata fisicamente; i carrelli possono essere laterali (se l’inquadratura è lunga si parla di travelling, carrello mosso su rotaie), in avanti/indietro (nella cinematografia moderna ed in televisione questi carrelli sono sostituiti dai movimenti di zoom), e verso l’alto/basso.
Per quanto riguarda i movimenti dolly, gru, louma e macchina a mano, la caratteristica peculiare è quella di permettere alla cinepresa di penetrare fisicamente e di indagare lo spazio che viene mostrato; vi è un’identificazione primaria dovuta ad una sensazione psicologica di presenza diretta all’interno dello spazio mostrato. L’utilizzo della steady-cam permettere di ottenere immagini in continuo movimento, ma stabili e spettacolari (es. del labirinto nel film Shining). La sky-cam permette invece, grazie a movimenti veloci su un complesso sistema di funi d’acciaio, di passare dalle plongée aeree a riprese dal basso a livello del suolo.


COMPOSIZIONE DEL QUADRO E VELOCITA’ D’ESECUZIONE

L’operatore, muovendo la macchina da presa (m.d.p.), compie una scomposizione della realtà pro filmica di cui deve riuscire a cogliere e mettere in evidenza i dati più essenziali per il discorso.
Nella  panoramica gli occhi restano fissi sul personaggio o tendono a precederne il movimento; nei carrelli indietro o zoom ad aprire gli occhi mantengono il punto di fissazione sul protagonista; nelle carrellate in avanti o zoom a stringere gli occhi tendono a spostarsi sugli elementi ai bordi del quadro per fissarne i dati che scompaiano.
I m.d.m. con funzione descrittivo-informativa non devono avere una velocità eccessiva, al contrario di quelli con funzione spettacolare che devono essere veloci e bruschi per colpire lo spettatore emozionalmente.
Il principale parametro di riferimento rimane il discorso cui la singola inquadratura è finalizzata.


FUNZIONE DISCORSIVO-ESPRESSIVA DEI M.D.M.

La funzione primaria dei m.d.m. è quella descrittiva. Questa funzione, frequente nel documentario o nei generi che si rifanno al realismo d’ambiente, è riscontrabile nelle establishing-shot, cioè nelle inquadrature d’inizio film o inizio sequenza in cui è opportuno fornire allo spettatore le coordinate del luogo d’azione.
I m.d.m. hanno anche funzione narrativa quando il movimento è finalizzato a specificare le relazioni fra due elementi della narrazione o a rendere il movimento di un personaggio dentro uno spazio.
Troviamo altre funzioni, chiamate drammatico-espressive, che si dividono in due casi: il luogo dell’azione assume una rilevanza simbolica per la presentazione psicologica del personaggio; il m.d.m. assume una valenza metaforica del significato ultimo che la sequenza o il film vogliono assumere.
I m.d.m. indietro ricorrono spesso in conclusione di una sequenza drammatica, o anche alla fine del film; questi movimenti vengono inoltre usati in funzione di de-drammatizzazione, non mostrando l’evento drammatico nel suo svolgersi, ma lasciandolo inferire allo spettatore.
I m.d.m. possono avere anche una funzione connotativa ed emotiva quando vengono usati in soggettiva (carrelli/zoom in avanti per esprimere lo stato d’ansia ed indietro per esprimere nostalgia e/o rimpianto).
Infine, i m.d.m. possono essere utilizzati per creare sorpresa, svelando all’improvviso ciò che prima l’autore teneva celato.

27gen/100

La produzione cinematografica (fattori dinamici)

Lo spazio virtuale cinematografico può essere suddiviso in fattori dinamici, riguardanti lo spazio interattivo del quadro.
La qualità dei rapporti spaziali che possono intercorrere fra due immagini in successione può essere di tre tipi:

  • Discontinuità: lo spazio di un’inquadratura risulta del tutto diverso e lontano da quello mostrato nell’inquadratura che precede o segue. Nel cinema muto ed in quello classico due inquadrature appartenenti a scene/sequenze diverse venivano raccordate per mezzo di alcuni effetti: mascherini, iris, dissolvenze. Il cinema moderno predilige invece il semplice stacco;
  • Continuità: lo spazio mostrato da un fotogramma è in tutto o in parte uguale a quello del fotogramma successivo. Ciò può accadere sia nel caso di un movimento di macchina o di zoom;
  • Prossimità: gli spazi mostrati da due fotogrammi in successione risultano contigui e/o vicini nello spazio della diegesi.


RACCORDI SPAZIALI

Spesso può capitare che per facilitare la comprensione dello spazio da parte dello spettatore si sia costretti a fornire una composizione dell’immagine che sembra contraddire le norme indicate in precedenza.
Questi accorgimenti sono regolati da quattro tipi di raccordi, che agiscono contemporaneamente ed in maniera complementare.

  • Raccordi di sguardo: gli scompensi compositivi fra due inquadrature in successione non costituiscono un errore, poiché sono pienamente giustificati dalla posizione degli attori, dalla direzione verso cui guardano e dalla dinamica dell’azione; quindi, si compensano reciprocamente.
  • Raccordi di movimento: due differenti casi a secondo che il movimento termini entro il quadro stesso o continui in quello successivo.
    In un primo caso, al cambio dell’inquadratura l’occhio si riposiziona sempre al centro del quadro (rettangolo d’attenzione), ma sollecitato da un movimento interno e/o esterno della cinepresa, l’attenzione si sposta verso i bordi, anticipando il movimento della camera e posizionandosi dove questa avrà termine.
    Qualora il movimento continui in un’altra inquadratura, l’occhio si posiziona velocemente in quella parte dello schermo in cui l’azione potrà continuare.
  • Raccordi di grandezza scalare e angolazione: si consiglia variare l’angolazione e/o grandezza scalare con assi di ingrandimento/riduzione ad ogni cambio di inquadratura. Ciò non infastidisce l’occhio e corrispondendo ad esigenze ritmico-spettacolari fa rimanere desta l’attenzione dello spettatore. Gli avvicinamenti devono avvenire su un asse parallelo e non sullo stesso.
    La norma per i cambi di grandezza scalare presume che tra il passaggio di una grandezza scalare all’altra lo scarto non deve essere né troppo grande né troppo piccolo: Il passaggio brusco tra un piano ristretto ad uno molto più ampio può essere funzionale allo spettacolo, alla creazione di un’atmosfera di tensione ed al passaggio da un ritmo all’altro.
    Per quanto riguarda le variazioni di angolazione,l’occhio umano assorbe senza fastidio variazioni angolari superiori a 30°, perché il poco variare dell’angolazione dà fastidio per mancanza di ampiezza e nitidezza del cambiamento.
    La norma più importante e meno violata è quella del salto di campo perché importante che tutte le inquadrature successive alla prima rientrino nel semicerchio ideale di 180° determinato da quest’ultima, altrimenti lo spettatore rischia di non percepire più la posizione di un personaggio rispetto agli altri. Il salto di campo è ammesso solo nell’eccezione di un vero e proprio controcampo a 180° poiché questo permette un’ambientazione immediata dello spettatore.

12dic/090

Dall’idea all’immagine: la pre-produzione

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La pre-produzione consiste nell’ideazione del progetto di discorso audiovisivo, la vera e propria fase letteraria, e in tutti quei procedimenti tecnico-organizzativi, come il casting, i sopralluoghi, i noleggi, il piano di produzione …
Il linguaggio audiovisivo è finalizzato a narrare una storia, indagare/documentare fatti, luoghi, eventi, persone (inchieste e reportage), presentare e rappresentare eventi reali o costruiti (spettacoli di varietà, balletti, quiz, talk show, …).

FASE LETTERARIA

  • IDEAZIONE o TEMA: è l’argomento principale e, solitamente, è costituito da un dattiloscritto di lunghezza variabile.
  • SOGGETTO: è il compendio del discorso audiovisivo che s’intende svolgere; si presenta in forma letteraria e contiene già una prima intuizione della forma audiovisiva che il prodotto filmato assumerà. La scrittura del soggetto impone la scelta di uno dei campi d’applicazione del mezzo cinetelevisivo secondo narrazione, o documentazione, o rap-presentazione.
  • SCALETTA: è lo schema sintetico per punti degli argomenti che il discorso audiovisivo dovrà affrontare; le scalette assumono forme diverse a secondo dell’intenzione.
    • Scaletta nell’informazione: nel caso dell’inchiesta si elencano i vari temi per ciascuno dei quali si prevedono luoghi e momenti di riprese (in questi casi è opportuno scrivere un commento di massima); nel caso del documentario-reportage si elencano sempre ivari temi, ma con la stesura preventiva di un commento di massima, che funge da colonna guida per il discorso informativo, con l’immagine che esplica la sua funzione attraverso l’illustrazione. Il commento deve essere redatto secondo regole giornalistiche (Chi, Come, Dove, Quando e Perché);
    • Scaletta nel presentare: l’evento deve ancora accadere e quindi la scaletta contiene una previsione dell’ordine di presentazione degli argomenti e delle personalità che eventualmente interverranno;
    • Scaletta nella fiction: la narrativa è un sistema significante indipendente dal mediumin cui si manifesta; in ogni narrativa si distingue una storia (continuum di eventi e insieme di quelli esistenti) e un discorso (organizzazione lineare degli eventi). Quindi, la storia è ciò che viene rappresentato in una narrativa, il discorso,invece, è il come viene rappresentato.
      L’elenco sintetico degli eventi ritagliati costituisce la scaletta; tuttavia, organizzare una scaletta nell’ordine del discorso fra fronte all’incapacità del linguaggio cinematografico di esprimere il tempo, futuro o passato, per la mancanza di verbi che possono essere coniugati.
  • TRATTAMENTO: gli enunciati narrativi possono essere di processo (indicano un’azione) e di stasi (identificano e qualificano). Il cinema trova difficoltà ad esprimere gli enunciati di stasi perché risulta difficile esprimere stati d’animo precisi; così, si procede a scegliere che cosa far fare al personaggio per ogni singolo punto della scaletta (trattamento o pre-sceneggiatura), che consente di prevedere cosa mostreranno concretamente le immagini.
  • SCENEGGIATURA (Decoupage): il come mostrare concretamente l’ambiente ed il fare dei personaggi in ogni singola scena ricorre al decoupage (tagliare, dividere lo spazio/tempo della realtà in parti delimitate.
    Secondo Burch il film è una successione di parti di tempo e parti di spazio e sia il decoupage che il montaggio sono due operazioni che avvengono in momenti separati, ma tra loro collegati e complementari.

    • Inquadratura: parti di pellicola impressionate tra un’accensione ed uno spegnimento;
    • Scena: narrazione di una o più azioni che avvengono nello stesso luogo ed in continuità ed unità temporale;
    • Sequenza: composta da più scene discontinue, ma collegate da vicinanza spaziale e temporale e da continuità di personaggi.
  • STESURA: si distingue una sceneggiatura-copione (suddivisione del racconto in scene, cui sono stati aggiunti i dialoghi) ed una sceneggiatura tecnica (ogni scena viene divisa in più azioni ed ogni azione viene analizzata per come deve essere mostrata).
    La sceneggiatura può essere scritta all’italiana (due colonne verticali con a sinistra la descrizione delle scene ed a destra i dialoghi, la musica ed i rumori) e all’americana (linee orizzontali con i dialoghi preceduti dal nome del parlante, che interrompono la descrizione dell’azione e che includono all’interno di essa la musica ed i rumori.
    Gli autori modello della Nouvelle Vague, come ad esempio Godard, preferivano decidere sul set le posizioni della macchina da presa, al contrario di Renoir e Hitchcock che restavano fedeli alla sceneggiatura di ferro.


STORY BOARD

Lo story board è un’illustrazione della sceneggiatura realizzata per mezzo di disegni; il suo sviluppo è avvenuto in correlazione alla grande esplosione produttiva di spot pubblicitari. Hitchcock e molti altri autori ricorrevano a questo strumento.

11dic/090

L’organizzazione della produzione cinematografica

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  • PIANO DI FINANZIAMENTO: il produttore è colui che riesce a trovare, raccogliere e gestire le finanze necessarie per la produzione di un film; il produttore cinematografico può ricorrere a diversi strumenti di finanziamento:
    • Coproduzione: assicurarsi sia una fonte finanziaria diretta che un’opzione in merito ad eventuali vendite all’estero;
    • Minimo garantito ed anticipo sulle vendite: è un anticipo che il distributore, che vuole il titolo,  garantisce al produttore;
    • Compartecipazione di autori, attori e maestranze qualificate: i partecipanti alla realizzazione del film diventano comproprietari di quote, dando in cambio il proprio lavoro;
    • Prevendita dei diritti broadcasting, narrowcasting e home-video;
    • Agevolazioni di legge: il prodotti film viene spesso aiutato con sovvenzioni dirette, attraverso leggi nazionali e comunitarie che prevedono aiuti.
  • CASTING: indica le varie operazioni che presiedono alla scelta del personale artistico, che darà volto e corpo ai personaggi del film.
  • SOPRALLUOGHI, PRENOTAZIONE ED ALLESTIMENTO SCENOGRAFICO STUDIOS.
  • SPOGLIO DELLA SCENEGGIATURA, STESURA DEL PIANO DI PRODUZIONE, DEL PREVENTIVO COSTI E DEI CONTRATTI: le riprese non vengono effettuate secondo un ordine cronologico, ma in base a criteri di carattere economico. Con lo spoglio della sceneggiatura le inquadrature vengono divise in base ai luoghi ed agli ambienti; con il piano di produzione, per ogni luogo e giorno, sono elencate le figure professionali che devono essere presenti più il fabbisogno tecnico; contemporaneamente, si procede ad una stesura dei costi e dei contratti di assunzione.
10dic/090

Il linguaggio della ripresa: la produzione (fattori statici)

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Lo spazio virtuale cinematografico può essere suddiviso in fattori statici, riguardanti la composizione del quadro.

  • LE GRANDEZZE SCALARI DEL “CAMPO/PIANO”: con tali termini si indica la grandezza apparente dei luoghi (Campo) e persone (Piano); la grandezza scalare dipende dalla sua distanza dalla macchina da presa (M.D.P.) e dal tipo di obiettivo utilizzato per la ripresa, Metz dice come piani e campi sono di numero infinito e sono essenzialmente invenzioni del cineasta.
    • Funzione espressiva di campi e piani: i campi larghi hanno una fruizione essenzialmente descrittiva, mentre nei piani stretti prevale la sottolineatura psicologica dello stato d’animo del personaggio. Il campo lunghissimo (C.L.L.) e il campo lungo (C.L.) possono avere funzione psicologica pre esprimere solitudine e/o impotenza di fronte alla natura. Il quadro prescelto deve porre l’accento sul particolare prescelto senza escludere elementi essenziali.
      Il piano americano (P.A.) è l’unico piano di derivazione cinematografica ed è stato inventato dagli americani nei film western per mettere in risalto le cosce dei cow-boys e la presenza delle pistole.
      I piani ristetti come primo piano (P.P.) e primissimo piano (P.P.P.) hanno valore descrittivo scarso perché pongono l’accento sulle reazioni emotive dei personaggi (l’esempio è fornito da Fellini nell’ultima sequenza delle “Notti di Cabiria”). La scelta fra un P.P. e un P.P.P. dipende dal grado di presenza/assenza che si vuole attribuire al mondo che circonda il personaggio.
  • LA COMPOSIZIONE DEL QUADRO: il cinema possiede il movimento, che impedisce la contemplazione. Nell’immagine in movimento l’occhio è direzionato dalle linee e dalla disposizione dei volumi. Le linee verticali sembrano salire al ciclo, le linee orizzontali implicano stabilità e solidità, le diagonali stimolano sentimenti di confusione, divisione o incompletezza.
    • Le pesature compositive: le regole e le norme compositive dell’immagine cinematografica sono ancora oggi quelle delle prospettiva, perché con essa appare per la prima volta la profondità apparente. E’ stato provato come i nostri occhi si posizionano al centro geometrico dell’immagine (Rettangolo d’attenzione) quando essa colpisce i nostri occhi, e che solo in un secondo momento si passa ad esplorare le parti periferiche. E’ importante che i dati informativi siano disposti all’interno di questo rettangolo, o in prossimità dei suoi bordi, e che l’immagine risulti equilibrata fra parti piene e vuote. E’ possibile parlare, anche, di “composizione a triangolo” quando il quadro contiene più centri d’interesse.
    • Formato schermico: è la cornice che da un lato include/esclude lo spazio della realtà, selezionando il campo dal fuori campo e dall’altro lato delimita la quantità di spazio disponibile, sia in orizzontale che in verticale.
      Ejzenstejn è stato l’unico a preoccuparsi di studiare il rapporto tra formato schermico e composizione dell’immagine, proponendo l’adozione di uno schermo quadrato (proposta mai adottata dal cinema).
      I formati stretti si addicono alla mezza figura (M.F.) e al primissimo piano (P.P.P.) e a tutti quei generi narrativi in cui il paesaggio ha una semplice funzione decorativa; al contrario, i formati larghi sono più funzionali alla descrizione di paesaggi dove la profondità spaziale e la spettacolarità assumono un ruolo determinante.
      L’uso dei P.P. e dei P.P.P. nei formati larghi, come lo scope o il panoramico, comporta non pochi problemi compositivi e ritmici. Sergio Leone in “C’era una volta il west” adotta un formato scope ricorrendo ad una tecnica ben particolare.
    • Angolazioni e inclinazioni: un altro parametro fondamentale di costruzione del significante iconico è costituito dal punto di vista, cioè dall’angolazione e dall’eventuale inclinazione della camera rispetto l’orizzontalità.
      Le angolazioni possono essere: normale, obliqua dal basso, supina, obliqua dall’alto e a piombo. Angolazioni accentuate e piani ristretti rispecchiano precise motivazioni di carattere drammatico o psicologico o di uno stile autorale. Le riprese dall’alto riferite agli esseri umani diminuiscono il personaggio, mentre le angolazioni dal basso conferiscono maestosità e potere; molto spesso le angolazioni dall’alto e dal basso vengono usate contemporaneamente per mostrare i rapporti di forza che si instaurano fra due personaggi; altre volte, vi sono angolazioni giustificate da una sistemazione logistica dei personaggi che intervengono nell’azione.
      Le  angolazioni riferite a cose e a luoghi hanno una funzione descrittiva o possono servire per mostrare un aspetto sconosciuto dell’oggetto; a seconda del contesto narrativo, l’angolazione su cose e luoghi può risultare connotativa (vedi Hitchcock in “Delitto perfetto”); ad esempio le angolazioni anomale più emotive provengono da “Shining” di Kubrick.
      Per quanto ci si attiene alle inclinazioni, il suolo non appare orizzontale e il cinema classico usava queste inquadrature anomale per mostrare una visione soggettiva distorta (vedi “Il conformista” di Bertolucci, “Bagdad Café”  di Adlon e “Notorious” di Hitchcock).
      Il cinema moderno usa le inquadrature sghembe in maniera meno giustificata; in genere sono utilizzate per indicare lo stato d’animo soggettivo o creare il senso di un’atmosfera da incubo.
    • Obiettivi di ripresa e contrasto “soft/deep focus”: il deep focus è un contrasto fra immagini in cui tutti i dati informativi distribuiti nei vari piani della profondità sono a fuoco; il soft focus, invece, è un’immagine in cui sono nitidi solo i dati sul piano frontale, mentre quelli che sono più in profondità sono progressivamente sfocati.
      Questa opposizione crea l’idea di spazio nella mente dello spettatore e tecnicamente dipende in massima parte dal tipo di obiettivi utilizzati.
      Il soft focus è la costruzione dell’immagine con una profondità di campo molto corta ed è caratteristico del cinema classico fino agli inizi degli anni ’40, invece in “Quarto potere” di Welles l’uso del deep focus è il codice dominante di tutto il film e lo spettatore si trova costretto a leggere tutti i piani dell’immagine; anche Kubrick in “Arancia meccanica” si fa specialista dell’uso espressivo del grandangolo.
    • Luci e ombre: è stato l’espressionismo tedesco degli anni ’20 ad insegnare a tutti come era possibile dare alla scena un forte valore connotativo usando luci di taglio che proiettassero ombre lunghe e minacciose; la lezione si sviluppò anche negli Stati Uniti con i generi gangstar e noir.
  • IL COLORE: non può essere inteso come un codice linguistico, bensì come codice testuale, cioè filmico.
    • Balàzs nota come l’avvento del colore, solo quando risulterà diverso dal colore naturale, può aumentare le possibilità espressive del cinema; egli intuisce come lo stesso possa avere un grande effetto sullo stato d’animo dello spettatore;
    • Martin sostiene come noi percepiamo più il valore del colore, cioè le differenze di chiaro e scuro e le differenti tonalità, che non i colori in sé;
    • Ejzenstejn dice come la tonalità interna di un’opera deve riuscire ad esprimere il significato di un sentimento interiore;
    • Antonioni, in “Deserto rosso”, mostra  i colori in tonalità fredde al fine di fare assumere alle immagini valenza connotative soggettive che esprimessero lo stato alienato e depresso della protagonista della storia.
    • Il cinema moderno ha anche dimostrato il suo interesse all’uso non naturalistico del colore, ad esempio Woody Allen alterna film in bianco e nero con film a colori.
9dic/090

Storia delle forme cinematografiche

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Analizzare un film vuol dire collocarlo all’interno di un contesto, dentro i confini di una storia. I film si inseriscono, infatti, in correnti di pensiero, tendenze o in scuole estetiche.

IL CINEMA DELLE ORIGINI (1900-1908 circa)

La non-continuità narrativa

I film sembrano caratterizzarsi dalla non-continuità. Tre gli elementi:

  • Non-omogeneità: i film sono costruiti in quadri, separati da grandi ellissi narrative; la recitazione degli attori è principalmente rivolta allo spettatore; i falsi raccordi abbondano;
  • Non-chiusura: le copie venivano solamente vendute e gli esercenti potevano cambiare posizioni alle sequenze o tagliare spezzoni di film;
  • Non-linearità: frequenti accavallamenti temporali tra una scena e l’altra.

La continuità narrativa

Si dà a Griffith il merito d’elaborazione di una forma di racconto cinematografico, che sarà da modello al classicismo hollywoodiano ed europeo a partire dal 1915.
I principi su cui si elabora la continuità narrativa sono: l’omogeneizzazione del significante visivo e del significato narrativo e, in seguito, del significante audiovisivo; la linearizzazione, ovvero il raccordo di un’inquadratura all’inquadratura successiva (raccordo sul movimento, di sguardo e del suono).

Il racconto hollywoodiano classico è strutturato da certe figure di montaggio: il montaggio alternato, che mostra, alternandoli per l’appunto, due eventi che si svolgono simultaneamente; la tecnica dell’inserto, che offre un’inquadratura dettagliata allo spettatore di un elemento importante.

La narrazione filmica classica

Il cinema vede all’inizio le sue forme narrative conquistate dal romanzo.
Le  tecniche cinematografiche del racconto classico si incentrano sulla scena (durata della proiezione) e la sequenza (insieme di inquadrature che presentano una forte continuità narrativa). Il racconto è incentrato sul personaggio principale o su una coppia; lo svolgimento offre allo spettatore le risposte alle domande che il film spinge a porsi; il film si sviluppa in forma “trasparente” e senza intoppi e la storia sembra raccontarsi da sé . Il cinema classico ha, però, prodotto film più complessi con l’utilizzo del flashback, come “Quarto potere” di Orson Welles.

Tendenze ribelli al classicismo

Dal 1914 in poi, il cinema americano invade il mondo intero, trovando resistenze specialmente in Europa.


IL CINEMA SOVIETICO DEGLI ANNI ‘20

Lo stato si interessa al cinema come mezzo di formazione e propaganda. Alcuni cineasti si volgono verso l’attualità, la documentazione e il reportage per rendere conto della realtà sovietica.
Vertov assemblea immagini girate un po’ dappertutto per esprimere una visione comunista della Russia (“L’uomo con la macchina da presa”). Ejzenstejn sottolinea, invece, i significati storici degli eventi; le storie risultano chiare e prive di personaggio principale, con il montaggio che svolge soprattutto due funzioni principali:

  • la Progettazione, tendente ad amplificare i conflitti e gli eventi attraverso un montaggio accelerato, il rallentatore, primo e primissimo piano ed illuminazioni contrastate;
  • l’Argomentazione, tendente ad esprimere idee e valori secondo metodi di montaggio parallelo o con delle antitesi, come borghesi e operai, con la comparazione visiva e l’utilizzo di intertitoli.

Rispetto al film classico, il film sovietico degli anni ’20 non offre dei riferimenti spazio temporali stabili.


LA PRIMA AVANGUARDIA FRANCESE: L’IMPRESSIONISMO

L’obiettivo dei cineasti è quello di liberare il cinema dall’obbligo di raccontare storie, trasformandolo in un’arte capace di sostenersi da sola delle proprie ricchezze.
Tramite montaggi accelerati , rallentatore, sovraimpressioni ed immagini sfocate, si tenta di esprimere, attraverso il cinema, ciò che non è visibile ad occhio nudo.


LA SECONDA AVANGUARDIA FRANCESE: DADAISMO E SURREALISMO

I francesi restano figurativi e anche se s’interessano al movimento è per trattare soggetti concreti (oggetti d’uso, corpo umano). Più avanti con i surrealisti i film getteranno la base per un tipo di narrazione che sia discontinua, onirica, immagini mentali e visioni provocatorie.


L’ESPRESSIONISMO TEDESCO

Rientra in un movimento estetico che comprende le arti plastiche, la letteratura, le arti drammatiche e l’architettura; è un cinema di visioni e allucinazioni. Ford utilizza i primi piani e le illuminazioni patetiche mentre Hitchcock sviluppa le risorse del montaggio con l’iperframmentazione, la dilatazione temporale, i primi piani ed i dettagli.
L’espressionismo ha seguito il cinema tedesco, ma anche il cinema americano, tramite l’immigrazione, e il cinema europeo degli anni ’40 e ’50.


IL CINEMA DELLA MODERNITA’

Ha origini nell’Europa del dopoguerra con il neorealismo italiano, che si riallaccia al documentario (riprese in esterni, ambienti reali, immagini poco contrastate, attori non professionisti, soggetti sociali, intrecci deboli e privi di azioni spettacolari).
Alla fine degli anni ’50, con una mentalità europea sempre più complessa, compare la nozione di AUTORE, con opere sempre più personali (Bergman, Fellini, Truffaut), che hanno tratto la loro ispirazione nelle precedenti opere di Renoir e Rossellini.

Il film moderno è caratterizzato da:

  • racconti meno drammatici;
  • personaggi spesso in crisi e poco inclini all’azione;
  • sogni, allucinazioni, fantasmi, ricordi mostrati;
  • mescolanza di stile documentario o di reportage e di stile da finzione più classico;
  • presenza forte dell’autore con il suo sguardo sui personaggi e la storia che racconta (commento narrativo, movimenti di macchina, primi piani insistenti e lunghi, piani fissi);
  • propensione alla riflessività, cioè il parlare di se stesso.

La modernità degli anni ’60 e ’70 influenzerà la produzione corrente e i cineasti americani come Kubrick, Scorsese e Coppola.

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Il linguaggio del cinema

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Al suo apparire il linguaggio cinematografico venne chiamato pasigrafia, cioè linguaggio universale comprensibile da tutti. Il linguaggio utilizzato dall’industria dell’audiovisivo è un linguaggio molto seducente, perché è insito in esso un effetto di realtà. Metz, infatti, ha rilevato questa propensione dello spettatore, dovuta all’atteggiamento psichico che Freud ha chiamato denegazione, che permette di comportarci come se credessimo anche nei confronti di qualcosa che pure sappiamo irreale.


SEMIOTICA DELL’AUDIOVISIVO

La semiotica è la scienza dei segni, scienza che studia le modalità con cui gli esseri umani comunicano, scambiandosi segnali portatori di significati. Peirce dice come il segno è qualcosa che sta per qualcuno in luogo di qualcos’altro, sotto qualche aspetto o capacità. De Seassure, invece, definisce il segno linguistico come l’unione di significante e significato, ma opera una distinzione fra essi: il significante è la struttura, l’insieme di suoni che rimandano ad un significato; il significato rimanda all’oggetto di tale insieme, è il concetto.
I segni che costituiscono le lingue sono detti arbitrari, poiché non c’è nessun legame fra il significante ed il significato, bensì un legame convenzionale. Per i segni iconici, invece, vi è una relazione naturale di somiglianza fra il significante ed il significato, o meglio ancora un’analogia, dal momento che entrambi posseggono la stessa base strutturale (onomatopee, fonosimbolismo); anche per i segni iconici c’è un modo culturale di vedere corrispondente ad un modo culturale di leggere.


I LIVELLI DI SIGNIFICAZIONE

Per ogni segno è possibile distinguere diversi livelli di significazione:

  • La denotazione: è il significato primario, universalmente riconosciuto al segno all’interno di una cultura;
  • La connotazione:  è il significato secondario, implica un’esperienza soggettiva; per Mitry, nel linguaggio cinematografico, il modo più diretto di connotare è dato dalla scelta fra gli infiniti punti di vista possibili;
  • Il mito: è un insieme di segni che vengono spogliati dal loro significato denotato e che costituiscono un nuovo segno, che porta con sé significati culturali rappresentativi;
  • La metonimia: sostituisce un termine proprio con un altro dello stesso campo semantico; un segno iconico è sempre una metonimia perché il segno ritaglia una parte della realtà che ingloba molto di più di ciò che appare nel segno iconico;
  • La metafora: trasferisce il significato di una parola attraverso la sostituzione di un termine proprio con uno figurato; il cinema muto ha offerto svariati esempi che chiariscono come simultaneamente l’immagine opera a livello sia metonimico che metaforico.


CODICI DEL LINGUAGGIO AUDIOVISIVO

Metz parla di come il cinema non sia una lingua, perché di fatto non costituisce un sistema di segni organizzati da regole fisse, ma è un linguaggio perché applica dei codici.
Un linguaggio è costituito da una famiglia di segni usati soggettivamente per significare qualcosa, in virtù di regole condivise da tutti i membri di una comunità culturale.

Le categorie dei codici:

  • Cinematografici: linguistici, cromatici, di composizione dell’immagine);
  • Narrativi: agiscono anche in altri ambiti comunicativi come la letteratura, la poesia, il teatro, i fumetti … ;
  • Di genere: riguardano l’organizzazione sia della forma che del contenuto di un corpus di film che hanno caratteristiche comuni;
  • Filmici: sono tipici del singolo testo come musica, costumi, sceneggiatura …

Una distinzione, infine, va fatta per i “codici forti” e i “codici deboli”: ai primi appartengono i codici logici che, su regole fisse, sono immutabili nel tempo e facilmente riconoscibili (i codici forti non esistono nel linguaggio audiovisivo); ai secondi appartengono i codici estetici, che si fondano su regole normative che dipendono dall’accordo di chi li usa.
L’uso frequente e ripetuto di una combinazione di determinati segni introduce un elemento di convenzionalità che lo trasforma in codice; quando la convenzionalità prende il sopravvento sulla naturalità, trasforma il codice in un cliché, che svalorizza il suo originale potere significante (es. utilizzo del cappello bianco volto ad identificare l’eroe buono nel genere western).

7dic/090

L’analisi del film

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INTERPRETAZIONE SOCIO-STORICA

Il film è un prodotto culturale calato in un contesto socio-storico. I film non possono essere isolati dagli altri settori di attività della società che li produce. Infatti, per una interpretazione socio-storica, è possibile utilizzare un film per analizzare una data società ed è importante che, quel film, parli sempre al presente. In un film, qualunque sia il suo progetto, la società non viene mostrata, ma messa in scena e, così, il film costituisce un punto di vista sui vari aspetti del mondo. La rappresentazione della società mette in evidenza:

  • Sistemi di ruoli funzionali e ruoli sociali;
  • I tipi di lotta o di sfida, i ruoli o i gruppi sociali implicati in tali azioni;
  • I modi in cui appaiono l’organizzazione sociale, le gerarchie ed i rapporti;
  • Il modo di concepire il tempo (individuale, storico, sociale);
  • Ciò che si richiede allo spettatore: simpatia, emozione, identificazione, riflessione, azione.

Il film testimonia il reale, tenta di agire sulle rappresentazioni e sulle mentalità, regola le tensioni e le fa dimenticare. Due le trappole in cui non deve incorrere un qualsiasi appassionato e, nello specifico, un analista di film:

  • Confondere certe forme cinematografiche con certe funzioni: documentari e reportage hanno caratteristiche precise (riprese frontali, sguardi in macchina, un montaggio più frammentato), che li contrappongono al cinema di finzione;
  • Leggere in un film tutta la società e la storia, presenti, passate e future.


INTERPRETAZIONE SIMBOLICA

Rispetto alla produzione di significati simbolici, possono essere distinte tre classi diverse di film:

  • I film che richiedono una lettura simbolica globale o parziale. Per lettura simbolica s’intende un’interpretazione che pone subito quello che viene detto e mostrato con un altro senso;
  • I film che rendono possibile una lettura letterale della storia, ma operano un trattamento particolare del materiale narrativo e filmico. Il film non si preoccupa della coerenza e della verosimiglianza e diventa simbolico solo nel corso del suo svolgimento (ad esempio Paesaggio nella nebbia simboleggia un viaggio di iniziazione);
  • I film che non richiedono una lettura simbolica, ma si offrono ad una apprensione semplice e letterale. Solitamente, i significati simbolici, che offrono svariati punti di vista, sono generati dall’intenzione di chi osserva ed analizza un film.
6dic/090

Ostacoli all’analisi del film

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L’analisi del film si riferisce all’attività di analizzare o al risultato di tale attività. Analizzare un film significa scomporlo nei suoi elementi costitutivi: si decostruisce il film ottenendo un insieme di elementi distinti dal testo stesso; si stabiliscono i legami tra questi elementi isolati al fine di far emergere un tutto significante.
Bisogna tenere conto di due osservazioni: una, che decostruire vuol dire interpretare e, due,  che il testo non deve render conto in maniera lineare dei processi della sua produzione.
L’analista deve, qualche volta, lasciarsi sorprendere piacevolmente da elementi nuovi che si trovano al di fuori delle sue proiezioni, ridiventando uno spettatore ”normale”.

Gli ostacoli all’analisi del film possono essere:

  • Di carattere materiale: Bellour dice che il testo filmico è introvabile perché l’analisi filmica, nelle sue forme scritte, non può che trascodificare ciò che rientra nell’ambito visivo, filmico,sonoro e audiovisivo; introvabile perché il testo filmico è sempre trascinato dallo scorrere della pellicola. La natura multi-codice dell’oggetto film impedisce di pensare ad una qualsiasi riproduzione verbale;
  • Di carattere psicologico: analizzare un film significa visionarlo, estendere il suo registro percettivo per goderne in modo migliore. L’analisi elabora il film facendo muovere i suoi significati e l’analista, conducendolo a riconsiderare le sue impressioni iniziali.
    L’analisi trova posto anche nel processo di ricezione del film, anche se non è possibile analizzare un film sulla sola base delle impressioni iniziali.
24nov/090

Forme corte: gli spot pubblicitari

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Gli spot pubblicitari sono girati in 35 mm e possono avere una doppia distribuzione, sia cinematografica, che televisiva. Sono in genere brevi, da 15” a 1’30”, e veicolano soprattutto argomentazioni commerciali, composte nella stragrande maggioranza dei casi dagli stessi messaggi: <<Comprate il prodotto x>>, sia che venga direttamente espresso, sia che venga tacitamente lasciato ad intendere. La struttura narrativa di uno spot  pubblicitario è composta da un messaggio informativo (nome e immagine del prodotto) e da un messaggio conativo e incitativo (conduce lo spettatore all’atto di acquisto). Tre le strategie:

  • Argomentazione: gli spot argomentativi sono discorsivi, con la voce del discorso delegata al personaggio o alla voce off. Il personaggio è caratterizzato da un’uniforme, una funzione e una qualifica; sono fondamentali i codici di riconoscimento che devono catturare lo spettatore e significare la sincerità. L’importanza dello sguardo in macchina cancella la distanza ed il tempo con lo spettatore, attestando la verità di ciò che viene detto e mostrato. La voce off, invece, è la voce del sapere e del potere e dà all’immagine un senso che spesso va’ al di là di ciò che mostra. La voce narrante porta un proprio potenziale di seduzione sonora e, nove vote su dieci, abbiamo negli spot pubblicitari voci off maschili;
  • Narrazione: lo spot assomiglia al trailer di un film inesistente; la forma narrativa si incentra su uno o più attori, cui possono essere assegnati dei ruoli. Il racconto si fonda su uno stato di mancanza, sullo slancio di un soggetto verso l’oggetto e, così, lo spettatore identifica una struttura che gli è nota e si identifica con uno degli attori della storia. Il prodotto, dunque, occupa la posizione di oggetto del desiderio o la posizione di adiuvante, ovvero d’aiuto alla soddisfazione del bisogno. Nello spot narrativo il prodotto ricopre il ruolo della star;
  • Seduzione: le immagini riescono a trasmettere qualità, giovinezza, forza, seduzione, sicurezza, le quali appartengono al prodotto o al soggetto utilizzatore del prodotto. Gli artifici tecnici utilizzati sono: l’ellissi, che omette uno o più termini all’interno della frase che è possibile sottintendere; il rallentatore, che dà scioltezza e morbidezza al movimento; la dissolvenza incrociata rapida, che evita gli strappi visivi; l’utilizzo di filtri, che consentono di ottenere colori tenui; musiche d’ambiente stereotipate; gioco delle allusioni e montaggio rapido d’immagini in contrasto. Inoltre, gli spot pubblicitari hanno come caratteristica principale la discontinuità, tant’è che il loro obiettivo non è quello di costruire una forma, ma di presentare ed imporre una marca sul mercato di riferimento.