Fotografia, Figura umana, Digitale, Carta fotografica, 60x80cm, 2010
Note sull'opera: [Piccole ossessioni di un cuore autistico che galleggia nel silenzio]
Vuoto dolciastro sotto le macerie delle mie pareti di carta.
Non possono trovarmi.
Non posso cercarmi.
E cercarmi non voglio.
© Elisa Anfuso

Materiali vari, Materiale organico, 200x200cm, 2009
Note sull'opera:
Una leggenda dice che chiunque pieghi mille gru di carta avrà i desideri del proprio cuore esauditi.
Una bambina giapponese di 12 anni, Sadako, esposta alle radiazioni della bomba atomica di Hiroshima, stava morendo di leucemia. Decise di piegare 1000 gru di carta in modo che si avverasse il suo desiderio di poter continuare a vivere.
Il suo sforzo non riuscì ad allungarle la vita.
Nel 2009 Giulio, sin da bambino in cura presso un centro di salute mentale, un ragazzo di straordinaria sensibilità ed intelligenza, mi regalò una poesia, su un pezzettino di carta stropicciata:
“Un viaggio interno verso le costellazioni,
un interminabile ciclo di vite ci accoglie ogni giorno ed ogni notte,
fluttuando tra malinconia ed allegria.
Il vento infinito dell'amore contro ogni guerra ci fortifica.
L'amore è più forte di mille atomiche
e resterà così inalterato nel tempo.”
Questa installazione è stata realizzata nel novembre 2009 in un antico casale di Fumone. 100 gru di carta piegata a mano e vietrificata, inserite su fili di ferro, nascono dai semi di grano, e s'innalzano verso il cielo. La struttura è disposta a cerchio, e permette al fruitore di girarle intorno.
© Alessia Zolfo
I have been inspired by how people interact with their televisions. I observed that through these machines they were able to escape to another world, to a place where they don’t have to think of their own problems, a place where they can get stories to share to people. TV is powerful. Ever since the machine got popular, people considered it as a portal of ideas, of lost emotions, of dreams which people can use to dream as well.
Upon observation, I noticed that most of the people tend to busy themselves so much that they forgot what it is to dream. What it is to feel the simple things around us, to breathe the fresh air, to watch the enthralling skies, the break of dawn and the entrance of dusk. We are constantly contained within our own cubicles of self-pity to earn a living, yes it is important but we must not take for granted the art that nature created for us, it’s free.








© Michael Vincent Manalo
Da diversi anni Orith Youdovich si confronta con il mondo in un continuo processo di analisi del rapporto tra visione soggettiva e paesaggio. Nell’ambito di questa ricerca, la fotografa ha individuato nella condizione di crisi esistenziale soggettiva e nel decadimento della relazione tra individuo e società i due elementi di sofferenza della realtà sociale. Il paesaggio diviene, così, non solo contenitore di questo disagio ma anche vero e proprio personaggio della rappresentazione della crisi sia individuale che collettiva. Era dunque inevitabile che, effettuando questo suo percorso autonomo, Orith Youdovich incontrasse l’opera filmica e la poetica di Michelangelo Antonioni, cineasta che con incessante determinazione affrontò le questioni relative alla psicologia umana, all’incomunicabiltà, alla devastante crisi dei rapporti interpersonali.
Come devo vivere è dunque un’esperienza visiva composta da trenta immagini fotografiche di diverso formato che rappresentano l’incontro, sia a livello tematico che espressivo, tra la visione dolorosa, quanto rigorosa, di Orith Youdovich e la lucida analisi dell’universo umano effettuata da Michelangelo Antonioni. Il paesaggio diviene in Come devo vivere luogo “altro” della riflessione sull’esistenza, spazio psicologico, ambiente privo di vacue tendenze estetizzanti, apertura verso l’abisso straniante che caratterizza la relazione tra individuo e mondo.
Nel suo personale inoltrarsi nel dialogo visivo con il cinema di Michelangelo Antonioni, Orith Youdovich non si ferma alla mera raffigurazione dei luoghi-simbolo del cineasta ferrarese (Il Po e la pianura padana, il deserto, la città, il mare) né a uno sterile e prevedibile omaggio; il suo lavoro procede spinto da una necessità interiore che la costringe ad abbandonarsi al flusso della sua stessa riflessione, un inabissarsi nella sostanza dell’esistenza umana che porta il fruitore ad andare oltre il visibile. Le sue immagini evocano un forte senso di straniamento che non genera indicazioni, significati. Non è riscontrabile un’impostazione narrativa para-letteraria o pseudo-cinematografica. Ogni inquadratura appare basata su una sua forza/fragilità autonoma che spinge chi guarda a confrontarsi con il proprio universo interiore senza l’ausilio di riferimenti didascalici.
Lo sguardo di Orith Youdovich non pone in essere i codici della fotografia di paesaggio, non mette in atto alcuna forzatura, non estremizza la composizione dell’inquadratura perché non la cerca. Orith Youdovich si fa macchina-recettore percorrrendo lo spazio grazie a meccanismi indagatori ribaltati. È il paesaggio che indaga il suo sguardo, che si propone manifestandosi come veicolo di un vuoto che allude all’indecifrabilità dei sentimenti e dei comportamenti umani.
Il suo gesto fotografico si configura come “atto normale”, cioè come risultato di una relazione con i luoghi totalmente estranea a un approccio di tipo documentario e/o realistico. Nel suo processo creativo le immagini corrispondono ad altrettanti punti di vista che fanno emergere l’impossibilità di raffigurare oggettivamente il mondo e il conseguente, inevitabile, contemporaneo spiazzamento dell’artista e del fruitore. Così, gli ambienti naturalistici e urbani riconducono direttamente alla sensibilità/sincerità dell’autrice, al suo lavorìo interiore, in un processo espressivo in continuo divenire e privo di elementi rassicuranti.
© Punto di Svista 11/2010 di Alfredo Covino - Maurizio G. De Bonis
IMMAGINE
© Orith Youdovich. Untitled (polittico). Da Come devo vivere
INFORMAZIONI
Come devo vivere. Fotografie di Orith Youdovich. Dialoghi visivi con il cinema di Michelangelo Antonioni
A cura di Punto di Svista
Inaugurazione: 20 novembre 2010, ore 18.00
A seguire alle ore 19.00: incontro con l’autrice
Intervengono: Sandro Bernardi, docente di Storia e critica del cinema all’Università di Firenze / Valentina Trisolino, storica della fotografia, curatrice
Modera: Maurizio G. De Bonis, direttore di CultFrame – Arti Visive e presidente di Punto di Svista
Presso Officine fotografiche / Via G. Libetta 1, Roma / Telefono: 06.5125019
La mostra prosegue: Dal 20 novembre al 10 dicembre 2010
Orario: lunedì – venerdì 10.00 – 13.00 e 15.00 – 20.00
Biglietto: Ingresso libero
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Officine Fotografiche, Roma