Il blog di Oz Il magico mondo della comunicazione

1mar/100

I costrutti personali

“Supponete di aver cominciato con l’assumere che la cosa fondamentale riguardo la vita è che procede. Non è che qualcosa vi faccia procedere: il procedere è la cosa stessa. Non è che le motivazioni facciano diventare un uomo pronto a fare le cose: la prontezza è un aspetto del suo essere”.

George A. Kelly

Le persone interpretano e reinterpretano se stesse e la loro situazione. Da questo presupposto iniziale, l’intera psicologia dei costrutti personali si basa su un'idea fondamentale: <<I processi psicologici di una persona sono canalizzati dai modi in cui di volta in volta costruisce gli eventi. La concezione dell’individuo in relazione a una linea temporale, che cambia di momento in momento, probabilmente mai esattamente lo stesso da un secondo all’altro, è una visione insolita in psicologia. Essa comporta che, poiché ognuno continua a “svilupparsi” o a cambiare dal momento in cui nasce, può essere considerato come una forma di movimento>>.

Kelly, come psicologo costruttivista, che considera connessi all'esperienza gli stadi di sviluppo di ogni individuo, approccia al suo programma teorico dalla convinzione che gli essere umani debbano essere considerati, per così dire, dei “pensatori” anziché degli “organismi”, dei “computer” o delle persone limitate dalle “dinamiche inconsce”. Egli sostiene che potremmo cominciare a capire perché la gente si accosta alla vita come fa, se solo la ascoltassimo, prendendo in considerazione ciò che dice.

27feb/100

Il costruttivismo di Kelly

L’attualità della teoria di Kelly deriva da un presupposto filosofico definito “alternativismo costruttivo”, il quale afferma che tutte le nostre attuali interpretazioni dell’universo sono soggette a revisione o a sostituzione. In altri termini, ciò ci permette di confermare che la nostra conoscenza della realtà non si basa sulla percezione diretta e passiva di fatti dati, ma consiste in un processo attivo di costruzione e ricostruzione. D’altra parte, però, non è facile accettare a prima vista la posizione costruttivista. Il nostro senso comune sembra dirci che la realtà è là, esterna a noi, dotata di una sua propria organizzazione, di cui possiamo cogliere gli elementi e le loro relazioni attraverso gli organi di senso e la nostra capacità di astrazione.

La teoria di Kelly fa riferimento ad un sistema di costrutti personali composto di unità interrelate di discriminazione, i costrutti appunto. Questa definizione del costrutto preferisce fare riferimento ad una struttura profonda di regole astratte che si impone su una struttura superficiale cosciente.

La teoria dei costrutti personali è una teoria riflessiva che cerca di ridefinire la psicologia come psicologia delle persone trattando gli scienziati come persone e le persone come scienziati. Kelly ha affermato che una persona non è la vittima della propria autobiografia, sebbene possa far schiavo se stesso aderendo ad una visione inalterabile di ciò che questo significa per lui: è in questo modo che può fissare il suo presente.

La psicologia dei costrutti personali si occupa delle costruzioni sulle costruzioni. La psicologia diventa così una meta-scienza, ovvero un modo di dare un senso ai modi in cui le persone danno un senso al loro mondo.

26feb/100

I livelli d’informazione

Un sistema ha tante maggiori probabilità di interagire costruttivamente con l’ambiente quanto più è differenziata e diversificata la sua struttura interna.
Ogni sviluppo indica, nello stesso tempo, la conservazione di ciò che è acquisito e la creazione di novità. Nello sviluppo, il passaggio da uno stadio al successivo è sempre caratterizzato dalla formazione di nuove strutture, che non esistevano prima, né nel mondo esterno, né nella mente del soggetto. Il focus di questa analisi diventa, perciò, quello di spiegare come avviene il passaggio da una conoscenza di livello più basso ad una di livello giudicato più alto. A questo proposito, il processo mentale può essere considerato come un sistema costruttivo di successivi livelli di informazioni, ognuno dei quali presenta delle proprie regole e proprie forme d'organizzazione. Globalmente, chiamiamo cibernetico questo modello dell'apprendere umano, dal momento che nessuna esperienza o operazione è eseguibile e descrivibile senza un sistema di riferimento e senza l'anticipazione di un disegno, che ne renda gratificante la realizzazione.
La premessa epistemologica del costruttivismo che vogliamo intendere può essere riscontrata nelle operazioni del pensiero e nelle sue varie modalità: ordine, organizzazione, distinzione di distinzione, formazione di schemi cognitivi e, così, via di seguito. Allora, secondo la prospettiva che, man mano, si sta delineando, possiamo semplicemente affermare che il pensiero umano è in grado di decifrare il valore delle opere che esso produce, in quanto la relazione tra sistema-ambiente e sistema-mente si attua mediante un processo d'apprendimento, descrivibile in termini di struttura generale e livelli di informazioni. La non-decifrazione di questo valore è alienazione. La cibernetica della mente ci darà modo di comprendere la struttura enormemente complessa, che abbraccia, allo stesso tempo, variabili che sono prima genetiche, poi ambientali e aleatorie: tutte costituiranno l'intelaiatura della nostra esperienza e tramite meccanismi ripetitivi, autocorrettivi e autoregolatori, tesseranno la consapevolezza di ciò che è realmente accaduto.

25feb/100

L’intenzione costruttiva

Coerentemente con un ottica costruttivista, che sottolinea il rapporto tra osservatore e osservato e stabilisce che il fenomeno del conoscere ha origini dalle distinzioni che l'osservatore crea, nel suo contatto con il mondo, sono, inizialmente, proprio le strutture di collegamento e le aspettative verso gli eventi e gli altri a costruire le dinamiche del sistema che viene osservato: tutto questo conduce all'adozione di una cornice relazionale, in cui il rapporto con gli altri può essere visto come un insieme complesso di emozioni, azioni e significati. L'approccio costruttivista parte dalla nozione che la realtà non è altro che una costruzione cognitiva, ovvero la realtà non esiste al di fuori delle nostre costruzioni mentali e al di fuori delle descrizioni che noi diamo della nostra esperienza. Si può affermare, dunque, che il sistema nervoso è strutturato in modo che non si possa conoscere quanto si trova, in realtà, fuori di noi; ne consegue che tutta la conoscenza diviene una costruzione mentale, come insieme di processi che interagiscono ricorsivamente.
La nostra intenzione costruttiva si centra maggiormente sull'idea dell'autoriflessività, secondo cui la realtà non va intesa come "oggettiva", separata dal soggetto osservante, dal momento che è proprio quest'ultimo che la crea, partecipandone alla costruzione. Sosteniamo, così, che non possiamo operare una distinzione tra colui che osserva e l'oggetto osservato: entrambi si definiscono come tali attraverso la loro interazione; la conoscenza non è una rappresentazione del mondo esterno, bensì una costruzione fatta dal soggetto, a partire dal proprio interno; l'osservatore stesso parte dalle distinzioni che osserva, in seguito alla propria attività nel mondo che lo circonda.
L’ambito  della spiegazione costruttivista risulta, allora, quello del luogo in cui vi è un’interazione effettiva fra l’organismo e l’ambiente. Le organizzazioni e riorganizzazioni interne possono avere diversi gradi di strutturazione, in funzione della natura delle realtà incontrate e delle esperienze fatte. Infatti, l’esperienza del soggetto è modellata e definita dalle sue strutture (assimilazione). Queste strutture sono rinnovate, se hanno successo nel conservare l’equilibrio interno del soggetto o vengono modificate (accomodamento), se non hanno successo; l’adattamento dell'individuo, così, non deve essere inteso come un progresso verso una migliore corrispondenza con l’ambiente, ma, piuttosto, in termini di ritrovamento di vie più agibili.
Nella visione tradizionale, l’adattamento viene considerato come risposta dell’organismo alle esigenze dell’ambiente. Può essere letto, anche, secondo lo schema input/output, in cui l’input ambientale viene considerato primario e fonte delle trasformazioni che costituiscono gli output prodotti dal sistema stesso. A questo punto della nostra analisi,  ciò che riteniamo primario nella funzione d’adattamento è il mantenimento dell’autonomia del sistema, espressa nella forma della sua chiusura organizzazionale. È essa che seleziona fra gli stimoli dell’ambiente quelli significativi e quelli non significativi e, soprattutto, è essa che determina quale significato attribuire a questi stimoli, in vista dei mutamenti del sistema stesso.

23feb/100

L’ottica dei sistemi

Attraverso quale punto di vista analizzeremo la nostra proposta sistemica? Partiamo da una considerazione: con il termine "sistemico" intendiamo considerare quei processi che ineriscono a più livelli d'osservazione, tramite livelli autocorrettivi di ricorsività. Oltre tutto, il cambiamento più grande per un individuo è quello epistemologico, in quanto trasforma il suo modo di stare al mondo: si tratta di un modo di fare, di un modo di osservare e di riflettere, che si esplica, di fatto, con l'azione pratica. Assumere un'ottica sistemica vuol dire, quindi, essere in grado di indossare le vesti di un epistemologo, pronto a tenere, in costante considerazione, le proprie operazioni mentali e i diversi rapporti tra più livelli, che siano individuali, familiari, sociali e di gruppo.
Il concetto di sistema diventa la metafora che meglio rappresenta la posizione attuale, in quanto evidenzia due processi fondamentali dell'osservatore: sia considerare la struttura che connette, sia scegliere che cosa evidenziare e distinguere .
Riconoscere la specificità dei sistemi umani vuol dire dar conto della loro capacità di autogovernarsi, di essere, cioè, portatori e creatori di una realtà dotata di significato, soggetta a bisogni, paure, emozioni e affetti; recuperare il senso di complessità che caratterizza il rapporto tra l'individuo, gli altri e l'ambiente comporta l'abilità di cogliere i nessi necessari, piuttosto che dar vita a coppie di opposti: vuol dire sviluppare una capacità riflessiva, che sia in grado di tollerare la peculiarità dei propri pensieri e la loro diversità da quelli dell'altro, assumendo una posizione in grado di "essere in relazione con", che implica, peraltro, anche la possibilità di non esserlo, tollerando, in questo caso, la mancanza di una conferma continua. L'ottica sistemica, che vogliamo proporre, diventa sempre più attenta al processo di co-costruzione di strutture relazionali, all'evoluzione dei significati e alle rispettive cornici, in un costante gioco di specchi, di punti di vista e di proprietà riflessive, sempre nuovi e in continuo movimento. Definirsi sistemici, dunque, significa interrogarsi sulle operazioni di connessione che collegano noi e tutto ciò che vediamo con la situazione e con il contesto socioculturale più vasto: le griglie di lettura, i pre-giudizi e le azioni che costituiscono e poi mantengono una determinata realtà. Conoscere, così, non è più considerato come un'operazione di scoperta, ma come un'operazione di invenzione e di costruzione .
La realtà è multidimensionale e le ipotesi della costruzione del sapere non possono essere uniche. È necessario, se non indispensabile, fare distinzioni che, però, debbono essere relazionali e, al tempo stesso, debbono includere l'osservatore in ciò che osserva, in una riflessione esplicita sulle proprie griglie di lettura, sulle proprie aspettative e sulle proprie azioni. Nel corso del suo sviluppo, l'individuo procede da stati di dipendenza a stati di completa autonomia e, per la maggior parte dei casi, riesce a conservare questa capacità di muoversi, in momenti diversi, dall'una verso l'altra e viceversa. In questo risiede la possibilità del dialogo, che caratterizza l'interazione umana, nel riconoscimento della differenza, della singolarità, della separatezza e, insieme, della dipendenza reciproca, che fonda ogni relazione umana. Così, avremo una danza di punti di vista diversi, la rinuncia ad una posizione rigida e in favore di una maggiore apertura e condivisione: il processo di co-costruzione abbraccia, dunque, il sistema individuo-ambiente e lo dirige verso i sentieri della comprensione e dell'evoluzione; la comunicazione sarà, allora, la capacità di creare una realtà condivisa di secondo ordine .

22feb/100

La punteggiatura

La scelta della punteggiatura è, di solito, coerente e limitata dalla propria interpretazione del mondo e stabilisce un rapporto rigido tra la visione prescelta e le griglie di osservazione ed azione applicate. La nostra proposta è quella di abbandonare le idee assunte e di esplorare punti di vista alternativi. Nonostante ciò, di fronte a possibili perturbazioni, la tendenza è quella dell'assimilazione delle stesse incoerenze e contraddizioni, nel tentativo di mantenere la coerenza interna e con l'ambiente; nel momento che queste operazioni non comportino nell'individuo riscontri gratificanti, le teorie vengono, allora, modificate. Il processo di accomodamento è un processo di revisione delle proprie premesse, che può portare ad abbandonare la rigidità, con la quale si punteggia, si interpreta e si dà significato al mondo.
Oltre tutto, la storia di un individuo non può essere ridotta alla monotonia di un tempo unico. É vero che non viviamo né il nostro passato, né il nostro futuro, ma soltanto il nostro presente. Allora, è proprio l'idea e l'istantanietà del presente che ci interessa; tuttavia, il presente non va considerato come una conseguenza del passato, anzi, lo include e metacomunica su di esso: possiamo definire il passato come un modello che esplica i contesti del presente, offrendo significato agli eventi. In questa linea immaginaria di confine, che divide, in maniera impercettibile, passato e presente, il pensiero costruttivista suggerisce di leggere l'esperienza nel presente come modello per comprendere e riscrivere il passato. Il cambiamento, allora, è quel processo che, nello stesso tempo, annulla le regole del passato e, in una diversa interpretazione del presente, permette di poter sperimentare più di un futuro.
Comunque, fino a quando crediamo ad una realtà esterna e al fatto che siamo passivi nel nostro rapporto con essa, non dobbiamo, per così dire, assumerci la responsabilità di come vada il mondo, delegando al "destino", ciò che ci accade. Tuttavia, il rapporto dell'individuo con la realtà è prettamente attivo, dal momento che ognuno è responsabile della realtà cui partecipa. Quindi, accettare la posizione qui proposta, comporta che i processi del conoscere e del sapere diventino un presupposto etico, in quanto ciascuno di noi fa operazioni di distinzione, osservando la realtà da punti di vista alternativi. Così, vivere nei e attraverso i contesti, con i propri vincoli e le proprie griglie di lettura; vivere la propria posizione ed esperienza, all'interno dei differenti sistemi cui partecipa, vuol dire operare distinzioni che determinano la realtà nella quale viviamo. Vivere diventa un conoscere su come vogliamo vivere, assumendocene le responsabilità.

16feb/100

L’osservazione osservante

La maggior parte degli individui, pur affrontando i problemi, si relaziona al mondo senza minimamente pensare che esiste una differenza tra le proprie esperienze sensoriali e le astrazioni costruite in base a queste esperienze; nello specifico, si crede in una realtà oggettiva data a priori, osservando magari le mappe costruite senza, però, osservare quasi mai come avviene questa partecipazione a tale costruzione. Tutto questo comporta una teoria semplice e casuale di se stessi e del mondo, che porta ad attribuire agli altri le stesse emozioni e idee che si riconoscono in sè, non avendo coscienza dei presupposti e dei pregiudizi che guidano il nostro pensare e agire. Così facendo, gli individui si pongono, raramente, a contatto con l'idea di essere essi stessi gli artefici della costruzione della vita quotidiana, di essere loro quei costruttori di accadimenti e significati, a volte arbitrari, ma, quasi sempre, anche condizionati da eventi e stati d'animo, non necessariamente coerenti.
Qualunque sequenza di azioni individuiamo in noi e negli altri, possiamo supporre che abbia uno o più pattern organizzativi, o semplicemente strutture, che presiedono alla loro costruzione. Il rischio di non ricercare queste strutture ricade su una ricerca alternativa di cause prime, ovvero, nel poter ritenere che ci siano una parte di azioni che controlla e condiziona le altre successive, in un stretto rapporto di causa ed effetto, stimolo e risposta. Avere una consapevolezza dei legami e dei collegamenti che si verificano tra l'individuo e il contesto e tra i differenti contesti; connettere tra loro i contesti di significato che hanno avuto valore nel tempo; analizzare il rapporto tra i significati e i contesti che partecipano alla costruzione della realtà, tra tempo passato, presente e futuro, ci permette di evidenziare la possibilità di avere più chiavi di lettura della stessa situazione e di constatare come posizioni differenti, all'interno di un sistema, comportino interpretazioni diverse.
Tuttavia, le lenti attraverso le quali vediamo il mondo e i criteri che usiamo per organizzarlo, rischiano di essere rigidi e ripetitivi, cosicché ogni individuo dovrebbe assumersi, come analisi introspettiva, il passaggio obbligato da osservatore del mondo ad osservatore della propria osservazione e della propria partecipazione al processo di costruzione della realtà. Keeney suggerisce, allora, tre livelli d'analisi, per dirigere un qualunque osservatore, che sia un formatore, un terapeuta o un anche semplice individuo, verso un grado di comprensione, che includa, tramite processi ricorsivi, la propria maniera di sapere e la maniera di sapere in che modo si sa: un primo livello cosiddetto "etnografico", di attenzione ai "dati grezzi", nati dalla capacità di distinguere gli elementi chiave o le sequenze di interazioni, che accompagnano la vita di ogni individuo; un secondo livello, che dia conto e inerisca alla costruzione delle possibili  punteggiature e alla connessioni dei dati, al fine di creare differenti letture; infine, un terzo livello, che permetta all'osservatore stesso di render conto delle procedure utilizzate, per organizzare i differenti dati, rimanendo pur sempre attento alle cornici adottate e alle distinzioni compiute proprio come osservatore.

10feb/100

Le lenti d’osservazione

L'individuo, in quanto sistema, è un'entità complessa. Come un diamante, le cui facce brillano in rapporto alla luce che le colpisce, ognuno di noi si comporta in maniera differente, in relazione ai contesti in cui vive. Gli individui, infatti, non vivono isolati, ma nel rapporto con gli altri. Gli eventi vengono costruiti nell'agire sociale, nelle relazioni interpersonali e nelle molteplici situazioni che accompagnano, man mano, la nostra vita. Questa complessità rende inevitabile l'esplorazione della mente e ci permette di indagare la direzione che vogliamo intraprendere, all'interno del nostro viaggio, al fine di poter esplorare i rapporti tra comportamenti, azioni, emozioni, premesse e modalità di rapporto, che si co-costruiscono nel tempo.
Due sono le teorie che tentano di spiegare il rapporto instauratosi tra individuo e mondo. Una sostiene che l'individuo sia come un secchio vuoto, che deve essere riempito e che il mondo è là fuori, pronto per essere scoperto, totalmente accessibile; l'altra, parte da un presupposto e cioè che ogni esperienza è soggettiva e, quindi, è il nostro cervello a costruire le immagini che ognuno crede di percepire. La mente, allora, non è un passivo organo recettore, ma è attiva ed è in grado di manipolare e selezionare quali informazioni far passare e quali bloccare, attraverso un'operazione di distinzione. Ciascun individuo si pone in grado di spiegare se stesso e il mondo tramite una costruzione sempre attiva, dinamica e aperta, di teorie, le quali si organizzano fin dalla nascita e ci accompagnano, nel corso della nostra esistenza, attraverso esperienze e rapporti significativi, da un ordine minimo di complessità fino a livelli sempre più maggiori di capacità di astrazione e di integrazione.

7feb/100

L’osservazione

Noi, in quanto essere umani, siamo parte di questo mondo e ci troviamo in stretta relazione con esso e con gli altri. Così, vorremmo sempre cercare una giustificazione che spieghi il tutto e, allo stesso tempo, la scienza, che ha la facoltà di esplorare vari ambiti di ricerca, cerca di spiegare il più possibile. Seguendo l'inclinazione che accompagna la vita di ogni persona, come l'esplicita curiosità su ciò che tiene in mano il corso degli eventi, la conoscenza di quell'alone di mistero che abbraccia ogni cosa e tutto ciò che vi accade, vorremmo che, nelle storie e nelle vicissitudini, di cui ci occupiamo e in cui siamo coinvolti, non ci fosse ombra e che il tutto fosse sempre chiaro e a nostra completa disposizione per quanto riguarda le spiegazioni; vorremmo, inoltre, conoscere anche tutto degli altri, quasi come penetrarvi dentro, riuscire a possedere le loro emozioni, le loro sensazioni, al fine di comprenderne la loro essenza, "portarla via", facendola nostra. Tutto questo, però, è legittimo fino ad un certo punto. É giusto che ogni soggetto cerchi di spiegare le cose, di entrare negli intrecci, spesso confusi, di una storia, per dare ordine, per razionalizzare il flusso degli eventi, per cercare di capire chi ci sta vicino, i suoi sentimenti, le sue reazioni, le sue gioie e i suoi dolori; ed è, ovviamente, anche giusto domandarsi il senso globale delle cose: è l'indole che accompagna l'esistenza di ogni individuo.
Nonostante ciò, quando ognuno di noi si pone dinanzi a questo scorrere continuo, a questo procedere senza tregua, che è la vita stessa e che ne rappresenta il suo nucleo centrale, sia che ci poniamo da amici leali, pronti a fare, per le persone che ci stanno vicine, la qualunque cosa; sia che ci comportiamo come osservatori attenti della realtà, pronti a scrutare ogni minimo cambiamento, in noi, negli altri e negli eventi che viviamo; sia che facciamo il lavoro di educatori, formatori e scienziati, dediti alla ricerca rigorosa e promotori dello sviluppo degli altri e dell'uomo in genere, ci accorgiamo che, in realtà, sono molte di più le cose che non sappiamo, piuttosto che quelle che stanno sotto il nostro diretto controllo. Allora, sarebbe solo una semplice banalità riuscire a rispondere alle diverse e molteplici domande che, strada facendo, ci poniamo; nella stessa maniera, sarebbe azzardato riuscire ad interpretare tutte le possibili risposte che scaturiscono dai diversi incontri: ogni situazione è differente, anche da quelle che si ritengono uguali e ogni individuo è unico e irripetibile, in continua evoluzione fra stabilità e cambiamento, talmente impercettibili, che modificano e adattano, continuamente, il nostro vivere nel mondo, con e verso gli altri.
Detto questo, partiamo da una concezione fondamentale: non è possibile sostenere l'idea stessa di un individuo, posto davanti alla complessità e al fluire degli eventi, come separata dall'ambiente di riferimento, in cui ognuno distingue, sperimenta, sbaglia e ri-costruisce, ripetutamente, i propri vissuti personali. Il mondo, allora, si trova sempre in relazione ad un osservatore e i nostri modi di vedere sono compatibili solo se si specifica il luogo di quest'ultimo: non c'è punto di vista assoluto sull'universo; ci sono sempre e soltanto punti di vista molteplici di osservatori situati. Dunque, il discorso degli altri diventa cruciale: accettare che gli individui vedano il mondo da differenti angolazioni, essere consapevoli della costruzione di esperienze diverse, in relazione ad essi stessi, agli altri e all'ambiente, espone sia al dubbio e all'incertezza, ma, allo stesso tempo, anche alla sorpresa, alla voglia di scoprire e di scoprirsi, in una "nudità" che porta addosso il fardello delle proprie ricerche, delle proprie gratificazioni e dei propri errori, giacché siamo individui inseriti in questo contesto sociale, da cui non ne possiamo prescindere. Di fatto, la conoscenza sociale produce svariate interpretazioni e ci rivela sempre parti del mondo che non possiamo vedere da dove ci troviamo. A ciascuno va, quindi, la responsabilità della propria costruzione personale, delle proprie scelte e dei propri punti di vista che, variegati con quelli degli altri, possano dar luogo alla costruzione di un linguaggio e di una coscienza comune, purché si mantenga sempre nel rispetto delle differenze.

7dic/090

La comunicazione

0911261732

I linguaggi fondamentali che permettono di relazionarci con gli altri sono:

  • LINGUAGGIO VERBALE, costituito dalle parole e che serve a trasmettere informazioni;
  • LINGUAGGIO NON VERBALE, con il quale si esprimono le emozioni più profonde e più vere, che è fatto di gesti, atteggiamenti, e silenzi.

Studi approfonditi hanno dimostrato che in una comunicazione interpersonale il messaggio viene trasmesso solo per il 7% dalle parole; 38% dal tono della voce; 55% viene comunicato attraverso il linguaggio del corpo. Differente è quando si parla al telefono, infatti in questa circostanza quel 38% sommato al contenuto diventa il 100% della comunicazione.

Mirabeau scrisse: "La parola è stata data all'uomo per nascondere il suo pensiero".

Esempio: Se chiediamo ad una persona come va e lui ci risponde "bene" seguito da un raschiamento di gola vuol dire che sta mentendo.
Il linguaggio del corpo dice la verità e spesso smentisce quello che diciamo a parole. Esso è in contatto diretto con le nostre emozioni più profonde, le nostre paure, ansie, gioie che vengono trasmesse direttamente ai gesti della mano, delle gambe e dei muscoli del viso.

La nostra mente può decidere di esprimere o meno verbalmente tali sensazioni o emozioni, ma sappiamo che a volte è meglio tacere. Possiamo dire di non essere infastiditi, però a smentire ciò che stiamo affermando può essere un piccolo gesto compiuto involontariamente dal  nostro corpo al quale, di solito, nessuno presta attenzione.
Gli stati d'animo da comprendere quando comunichiamo con un altro individuo, di qualunque natura sia il rapporto sono:

  • ATTENZIONE;
  • INTERESSE;
  • GRADIMENTO;
  • RIFLESSIVITA'.

Il gradimento lo percepiamo attraverso gli scarichi emozionali. Ricordiamo che la comunicazione non verbale è sensorialmente dimostrata ed è talmente insita nell'uomo che non può essere condizionata in nessun modo.

Facciamo qualche esempio:

L'attenzione che una persona mostra rispetto ad una situazione di ascolto si riesce a capire dalla postura del corpo, tipo portare il busto in avanti è indice di attenzione;

Il gradimento è legato alle labbra e ai cosiddetti baci analogici., oppure mordicchiarsi le labbra sta a significare: "vorrei ma non posso";

Il linguino è indice di forte gradimento verso la persona, l'argomento trattato o la situazione, come il giocherellare con un anello, un braccialetto, oppure passarsi una mano fra i capelli;

L'interesse è pure legato all'olfatto, tranne quando si passa il dito strofinandolo sotto le narici;

L'attenzione, invece, è legata al movimento di portare il busto in avanti;

La riflessione è un dialogo interiore e si manifesta con micromovimenti del tipo circolari come toccarsi l'orecchio. Quando ci si tocca il mento c'e una maggiore riflessività.

Gli scarichi emozionali si possono individuare attraverso tre elementi, ossia:

  • PIANTO O RISO, che diminuiscono la tensione;
  • DEGLUTIZIONE, che è legata a stati emozionali, indice di gradimento di qualcosa che non si può avere e si vorrebbe;
  • RASCHIAMENTO, più comune fra i fumatori, ma molto utile in terapia. Si riesce ad estrapolare la problematica di una persona (ad esempio: si fa una domanda all'interlocutore e  dopo aver risposto si raschi la gola).

Sia in terapia che in contesti dove si vuole capire la persona per averne un'idea più chiara è necessario comprendere su cosa si focalizza, cosa motiva la persona, cosa gli occupa la mente in quel momento.
Delle domande da fare possono essere:

  • Su cosa ti focalizzi?
  • Cosa ti motiva?
  • Cosa stai soprattutto facendo?
  • Dove pensi di arrivare nel futuro? (questa domanda è utile per capire il grado di autostima, decisioni ed attitudini)
  • Cos'è importante per te? (Domanda che fa capire i valori di una persona)
  • Cosa significa esattamente?

Mentre la persona parla o risponde alle nostre domande se noi ci focalizziamo e stiamo attenti anche alla gestualità delle mani potremo capirne di più.

Virginia Satir ha individuato tre tipologie di persone:

  • INDICATORIO: persona molto attiva, tende ad imporsi, è focalizzato sull'io, deciso, determinato, il movimento delle mani è a taglio o con il dito puntato. Utilizza imperativi o generalizzazioni;
  • SUPERLOGICO: il movimento delle mani è rotatorio e riflessivo. Mentre parla utilizza  le enumerazioni del tipo: "Dato che…", "perché…". Il suo ragionamento è logico, vuole ottenere  dimostrando. Si focalizza sull'argomento e vi è un'assenza di "io" e "tu";
  • PROPIZIATORIO: cerca di rendersi simpatico, comunica emozionalmente, quindi il ragionamento è emozionale. Vuole ottenere propiziando e rendendosi accondiscendente. Questa tipologia di persona tende a focalizzarsi sull'altro ed è più passivo che reattivo. Il movimento delle mani è aperto o a triangolo verso l'alto.

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