I livelli d’informazione

Un sistema ha tante maggiori probabilità di interagire costruttivamente con l’ambiente quanto più è differenziata e diversificata la sua struttura interna.
Ogni sviluppo indica, nello stesso tempo, la conservazione di ciò che è acquisito e la creazione di novità. Nello sviluppo, il passaggio da uno stadio al successivo è sempre caratterizzato dalla formazione di nuove strutture, che non esistevano prima, né nel mondo esterno, né nella mente del soggetto. Il focus di questa analisi diventa, perciò, quello di spiegare come avviene il passaggio da una conoscenza di livello più basso ad una di livello giudicato più alto. A questo proposito, il processo mentale può essere considerato come un sistema costruttivo di successivi livelli di informazioni, ognuno dei quali presenta delle proprie regole e proprie forme d'organizzazione. Globalmente, chiamiamo cibernetico questo modello dell'apprendere umano, dal momento che nessuna esperienza o operazione è eseguibile e descrivibile senza un sistema di riferimento e senza l'anticipazione di un disegno, che ne renda gratificante la realizzazione.
La premessa epistemologica del costruttivismo che vogliamo intendere può essere riscontrata nelle operazioni del pensiero e nelle sue varie modalità: ordine, organizzazione, distinzione di distinzione, formazione di schemi cognitivi e, così, via di seguito. Allora, secondo la prospettiva che, man mano, si sta delineando, possiamo semplicemente affermare che il pensiero umano è in grado di decifrare il valore delle opere che esso produce, in quanto la relazione tra sistema-ambiente e sistema-mente si attua mediante un processo d'apprendimento, descrivibile in termini di struttura generale e livelli di informazioni. La non-decifrazione di questo valore è alienazione. La cibernetica della mente ci darà modo di comprendere la struttura enormemente complessa, che abbraccia, allo stesso tempo, variabili che sono prima genetiche, poi ambientali e aleatorie: tutte costituiranno l'intelaiatura della nostra esperienza e tramite meccanismi ripetitivi, autocorrettivi e autoregolatori, tesseranno la consapevolezza di ciò che è realmente accaduto.
L’intenzione costruttiva

Coerentemente con un ottica costruttivista, che sottolinea il rapporto tra osservatore e osservato e stabilisce che il fenomeno del conoscere ha origini dalle distinzioni che l'osservatore crea, nel suo contatto con il mondo, sono, inizialmente, proprio le strutture di collegamento e le aspettative verso gli eventi e gli altri a costruire le dinamiche del sistema che viene osservato: tutto questo conduce all'adozione di una cornice relazionale, in cui il rapporto con gli altri può essere visto come un insieme complesso di emozioni, azioni e significati. L'approccio costruttivista parte dalla nozione che la realtà non è altro che una costruzione cognitiva, ovvero la realtà non esiste al di fuori delle nostre costruzioni mentali e al di fuori delle descrizioni che noi diamo della nostra esperienza. Si può affermare, dunque, che il sistema nervoso è strutturato in modo che non si possa conoscere quanto si trova, in realtà, fuori di noi; ne consegue che tutta la conoscenza diviene una costruzione mentale, come insieme di processi che interagiscono ricorsivamente.
La nostra intenzione costruttiva si centra maggiormente sull'idea dell'autoriflessività, secondo cui la realtà non va intesa come "oggettiva", separata dal soggetto osservante, dal momento che è proprio quest'ultimo che la crea, partecipandone alla costruzione. Sosteniamo, così, che non possiamo operare una distinzione tra colui che osserva e l'oggetto osservato: entrambi si definiscono come tali attraverso la loro interazione; la conoscenza non è una rappresentazione del mondo esterno, bensì una costruzione fatta dal soggetto, a partire dal proprio interno; l'osservatore stesso parte dalle distinzioni che osserva, in seguito alla propria attività nel mondo che lo circonda.
L’ambito della spiegazione costruttivista risulta, allora, quello del luogo in cui vi è un’interazione effettiva fra l’organismo e l’ambiente. Le organizzazioni e riorganizzazioni interne possono avere diversi gradi di strutturazione, in funzione della natura delle realtà incontrate e delle esperienze fatte. Infatti, l’esperienza del soggetto è modellata e definita dalle sue strutture (assimilazione). Queste strutture sono rinnovate, se hanno successo nel conservare l’equilibrio interno del soggetto o vengono modificate (accomodamento), se non hanno successo; l’adattamento dell'individuo, così, non deve essere inteso come un progresso verso una migliore corrispondenza con l’ambiente, ma, piuttosto, in termini di ritrovamento di vie più agibili.
Nella visione tradizionale, l’adattamento viene considerato come risposta dell’organismo alle esigenze dell’ambiente. Può essere letto, anche, secondo lo schema input/output, in cui l’input ambientale viene considerato primario e fonte delle trasformazioni che costituiscono gli output prodotti dal sistema stesso. A questo punto della nostra analisi, ciò che riteniamo primario nella funzione d’adattamento è il mantenimento dell’autonomia del sistema, espressa nella forma della sua chiusura organizzazionale. È essa che seleziona fra gli stimoli dell’ambiente quelli significativi e quelli non significativi e, soprattutto, è essa che determina quale significato attribuire a questi stimoli, in vista dei mutamenti del sistema stesso.
L’ottica dei sistemi

Attraverso quale punto di vista analizzeremo la nostra proposta sistemica? Partiamo da una considerazione: con il termine "sistemico" intendiamo considerare quei processi che ineriscono a più livelli d'osservazione, tramite livelli autocorrettivi di ricorsività. Oltre tutto, il cambiamento più grande per un individuo è quello epistemologico, in quanto trasforma il suo modo di stare al mondo: si tratta di un modo di fare, di un modo di osservare e di riflettere, che si esplica, di fatto, con l'azione pratica. Assumere un'ottica sistemica vuol dire, quindi, essere in grado di indossare le vesti di un epistemologo, pronto a tenere, in costante considerazione, le proprie operazioni mentali e i diversi rapporti tra più livelli, che siano individuali, familiari, sociali e di gruppo.
Il concetto di sistema diventa la metafora che meglio rappresenta la posizione attuale, in quanto evidenzia due processi fondamentali dell'osservatore: sia considerare la struttura che connette, sia scegliere che cosa evidenziare e distinguere .
Riconoscere la specificità dei sistemi umani vuol dire dar conto della loro capacità di autogovernarsi, di essere, cioè, portatori e creatori di una realtà dotata di significato, soggetta a bisogni, paure, emozioni e affetti; recuperare il senso di complessità che caratterizza il rapporto tra l'individuo, gli altri e l'ambiente comporta l'abilità di cogliere i nessi necessari, piuttosto che dar vita a coppie di opposti: vuol dire sviluppare una capacità riflessiva, che sia in grado di tollerare la peculiarità dei propri pensieri e la loro diversità da quelli dell'altro, assumendo una posizione in grado di "essere in relazione con", che implica, peraltro, anche la possibilità di non esserlo, tollerando, in questo caso, la mancanza di una conferma continua. L'ottica sistemica, che vogliamo proporre, diventa sempre più attenta al processo di co-costruzione di strutture relazionali, all'evoluzione dei significati e alle rispettive cornici, in un costante gioco di specchi, di punti di vista e di proprietà riflessive, sempre nuovi e in continuo movimento. Definirsi sistemici, dunque, significa interrogarsi sulle operazioni di connessione che collegano noi e tutto ciò che vediamo con la situazione e con il contesto socioculturale più vasto: le griglie di lettura, i pre-giudizi e le azioni che costituiscono e poi mantengono una determinata realtà. Conoscere, così, non è più considerato come un'operazione di scoperta, ma come un'operazione di invenzione e di costruzione .
La realtà è multidimensionale e le ipotesi della costruzione del sapere non possono essere uniche. È necessario, se non indispensabile, fare distinzioni che, però, debbono essere relazionali e, al tempo stesso, debbono includere l'osservatore in ciò che osserva, in una riflessione esplicita sulle proprie griglie di lettura, sulle proprie aspettative e sulle proprie azioni. Nel corso del suo sviluppo, l'individuo procede da stati di dipendenza a stati di completa autonomia e, per la maggior parte dei casi, riesce a conservare questa capacità di muoversi, in momenti diversi, dall'una verso l'altra e viceversa. In questo risiede la possibilità del dialogo, che caratterizza l'interazione umana, nel riconoscimento della differenza, della singolarità, della separatezza e, insieme, della dipendenza reciproca, che fonda ogni relazione umana. Così, avremo una danza di punti di vista diversi, la rinuncia ad una posizione rigida e in favore di una maggiore apertura e condivisione: il processo di co-costruzione abbraccia, dunque, il sistema individuo-ambiente e lo dirige verso i sentieri della comprensione e dell'evoluzione; la comunicazione sarà, allora, la capacità di creare una realtà condivisa di secondo ordine .
La punteggiatura

La scelta della punteggiatura è, di solito, coerente e limitata dalla propria interpretazione del mondo e stabilisce un rapporto rigido tra la visione prescelta e le griglie di osservazione ed azione applicate. La nostra proposta è quella di abbandonare le idee assunte e di esplorare punti di vista alternativi. Nonostante ciò, di fronte a possibili perturbazioni, la tendenza è quella dell'assimilazione delle stesse incoerenze e contraddizioni, nel tentativo di mantenere la coerenza interna e con l'ambiente; nel momento che queste operazioni non comportino nell'individuo riscontri gratificanti, le teorie vengono, allora, modificate. Il processo di accomodamento è un processo di revisione delle proprie premesse, che può portare ad abbandonare la rigidità, con la quale si punteggia, si interpreta e si dà significato al mondo.
Oltre tutto, la storia di un individuo non può essere ridotta alla monotonia di un tempo unico. É vero che non viviamo né il nostro passato, né il nostro futuro, ma soltanto il nostro presente. Allora, è proprio l'idea e l'istantanietà del presente che ci interessa; tuttavia, il presente non va considerato come una conseguenza del passato, anzi, lo include e metacomunica su di esso: possiamo definire il passato come un modello che esplica i contesti del presente, offrendo significato agli eventi. In questa linea immaginaria di confine, che divide, in maniera impercettibile, passato e presente, il pensiero costruttivista suggerisce di leggere l'esperienza nel presente come modello per comprendere e riscrivere il passato. Il cambiamento, allora, è quel processo che, nello stesso tempo, annulla le regole del passato e, in una diversa interpretazione del presente, permette di poter sperimentare più di un futuro.
Comunque, fino a quando crediamo ad una realtà esterna e al fatto che siamo passivi nel nostro rapporto con essa, non dobbiamo, per così dire, assumerci la responsabilità di come vada il mondo, delegando al "destino", ciò che ci accade. Tuttavia, il rapporto dell'individuo con la realtà è prettamente attivo, dal momento che ognuno è responsabile della realtà cui partecipa. Quindi, accettare la posizione qui proposta, comporta che i processi del conoscere e del sapere diventino un presupposto etico, in quanto ciascuno di noi fa operazioni di distinzione, osservando la realtà da punti di vista alternativi. Così, vivere nei e attraverso i contesti, con i propri vincoli e le proprie griglie di lettura; vivere la propria posizione ed esperienza, all'interno dei differenti sistemi cui partecipa, vuol dire operare distinzioni che determinano la realtà nella quale viviamo. Vivere diventa un conoscere su come vogliamo vivere, assumendocene le responsabilità.
L’osservazione osservante

La maggior parte degli individui, pur affrontando i problemi, si relaziona al mondo senza minimamente pensare che esiste una differenza tra le proprie esperienze sensoriali e le astrazioni costruite in base a queste esperienze; nello specifico, si crede in una realtà oggettiva data a priori, osservando magari le mappe costruite senza, però, osservare quasi mai come avviene questa partecipazione a tale costruzione. Tutto questo comporta una teoria semplice e casuale di se stessi e del mondo, che porta ad attribuire agli altri le stesse emozioni e idee che si riconoscono in sè, non avendo coscienza dei presupposti e dei pregiudizi che guidano il nostro pensare e agire. Così facendo, gli individui si pongono, raramente, a contatto con l'idea di essere essi stessi gli artefici della costruzione della vita quotidiana, di essere loro quei costruttori di accadimenti e significati, a volte arbitrari, ma, quasi sempre, anche condizionati da eventi e stati d'animo, non necessariamente coerenti.
Qualunque sequenza di azioni individuiamo in noi e negli altri, possiamo supporre che abbia uno o più pattern organizzativi, o semplicemente strutture, che presiedono alla loro costruzione. Il rischio di non ricercare queste strutture ricade su una ricerca alternativa di cause prime, ovvero, nel poter ritenere che ci siano una parte di azioni che controlla e condiziona le altre successive, in un stretto rapporto di causa ed effetto, stimolo e risposta. Avere una consapevolezza dei legami e dei collegamenti che si verificano tra l'individuo e il contesto e tra i differenti contesti; connettere tra loro i contesti di significato che hanno avuto valore nel tempo; analizzare il rapporto tra i significati e i contesti che partecipano alla costruzione della realtà, tra tempo passato, presente e futuro, ci permette di evidenziare la possibilità di avere più chiavi di lettura della stessa situazione e di constatare come posizioni differenti, all'interno di un sistema, comportino interpretazioni diverse.
Tuttavia, le lenti attraverso le quali vediamo il mondo e i criteri che usiamo per organizzarlo, rischiano di essere rigidi e ripetitivi, cosicché ogni individuo dovrebbe assumersi, come analisi introspettiva, il passaggio obbligato da osservatore del mondo ad osservatore della propria osservazione e della propria partecipazione al processo di costruzione della realtà. Keeney suggerisce, allora, tre livelli d'analisi, per dirigere un qualunque osservatore, che sia un formatore, un terapeuta o un anche semplice individuo, verso un grado di comprensione, che includa, tramite processi ricorsivi, la propria maniera di sapere e la maniera di sapere in che modo si sa: un primo livello cosiddetto "etnografico", di attenzione ai "dati grezzi", nati dalla capacità di distinguere gli elementi chiave o le sequenze di interazioni, che accompagnano la vita di ogni individuo; un secondo livello, che dia conto e inerisca alla costruzione delle possibili punteggiature e alla connessioni dei dati, al fine di creare differenti letture; infine, un terzo livello, che permetta all'osservatore stesso di render conto delle procedure utilizzate, per organizzare i differenti dati, rimanendo pur sempre attento alle cornici adottate e alle distinzioni compiute proprio come osservatore.

























