Il blog di Oz
14gen/120

La cibernetica di primo ordine

La cibernetica rientra in una scienza generale della struttura e dell’organizzazione. In cibernetica qualunque cosa o, meglio, qualunque idea è “reale”. Inoltre, essa si occupa di tutte le forme di comportamento; detta con le parole di Ashby: <<Le verità della cibernetica non dipendono  dalla loro possibilità di essere dedotte da altre branche della scienza. La cibernetica può essere fondata in modo autonomo>>.
Nella visione cibernetica si possono concepire due classi di eventi, in cui, da un lato, c’è il concretarsi della struttura mediante la materia e, dall’altro, c’è la comparsa della struttura in mondi immateriali o immaginari. Di fatto, i cibernetici ci ricordano che la fisica è una sottodisciplina della cibernetica e si occupa dello studio di strutture che si sono concretate nella materia. In questa prospettiva, fisica e cibernetica non rappresentano due poli opposti; la fisica è invece vista come una parte della cibernetica. Così, per rendersi conto che cibernetica e fisica, ma anche mente e corpo, forma e sostanza e così via, non sono due cose a sé, cioè non sono una dualità simmetrica, occorre, innanzitutto, operare una distinzione. Tutte le distinzioni, però, hanno il lato incompleto di una veduta più ampia e, quindi, è impossibile distinguere le parti senza il presupposto di un tutto dal quale sono astratte. In sostanza, le differenze che stabiliamo non sono né una né due, come il mondo che conosciamo non è né illusione né realtà.
Per vedere un mondo cibernetico occorre veramente cambiare la nostra abitudine di considerare esclusivamente ogni dicotomia “lineale” tra materia o struttura o, semplicemente, tra mente e corpo. Adottare la visione cibernetica significa entrare in un modo di descrizione radicalmente diverso e, per conseguire questo, occorre imparare nuovamente a ri-conoscere la nostra mente.
Tuttavia, dal punto di vista scientifico, la cibernetica ha due virtù peculiari, che vale la pena menzionare. La prima consiste nel fatto che essa dispone di un dizionario unico e di un unico insieme di concetti per descrivere i più diversi tipi di sistemi. La seconda virtù fornisce un metodo per lo studio scientifico di quei sistemi nei quali la complessità è un fattore preponderante e troppo importante per poter essere trascurato. La cibernetica permette di sperare nella scoperta di metodi efficaci per lo studio e il controllo dei sistemi, cercando l’elaborazione di strategie di portata generale e di utilità ben accertabile, che possono essere sempre adottate in una quantità di casi particolari.
È stato Wiener, nel 1954, a battezzare la cibernetica come la scienza del controllo e della comunicazione. Egli ha fuso in un’unica disciplina e ha fornito di un linguaggio coerente ed integrato un complesso di nozioni e di problemi, che erano patrimonio comune di varie discipline e, talora, di nessuna. Perciò, è con il termine “cibernetica” che oggi si indica un linguaggio e tutte le sue vastissime applicazioni, attinente sia al campo fisiologico e psicologico, sia all’operare dell’uomo.

9giu/11Off

Costruire una realta’

Le descrizioni dell’esperienza basata sul sensoriale sono sempre connesse a una qualche specie di sistema simbolico interiorizzato. Il fatto che le astrazioni siano collegate all’esperienza sensoriale fa pensare che non esistano cose come una pura esperienza sensoriale o dei semplici “dati grezzi”. Bateson dice che: <<Il primo postulato per l’intelligenza del mondo vivente è rendersi conto che gli organismi non possono avere esperienza diretta degli oggetti della loro indagine>>. In una visione più ampia, gli organismi esperirebbero il mondo impegnandosi in una dialettica tra i sistemi astratti che essi creano e il modo in cui i loro organi sensoriali vengono a contatto con esso. Questa dialettica è un modello di come il processo mentale crea e organizza il mondo della nostra esperienza. In questo processo dialettico, vedere un mondo è in parte conseguenza del modo in cui operiamo distinzioni su di esso; è un processo ricorsivo: si vede ciò che si disegna e si disegna ciò che si vede.
Un esame approfondito di questa operazione ricorsiva del fare distinzioni, distinzioni su distinzioni e così via, ci mette in grado di scoprire il modo in cui costruiamo e colleghiamo un’ecologia di idee, costruendo e conservando la realtà stessa. Bateson è dell’idea che: <<Le strutture che connettono le idee sono la nostra massima aspirazione alla verità ultima>>. La lettura dell’opera di Bateson indica chiaramente come egli considerasse la cibernetica il fondamento epistemologico e il linguaggio appropriato per parlare di cambiamento personale e sociale. Difatti, il cambiamento più profondo che gli esseri umani sono capaci di manifestare è un cambiamento epistemologico, cioè la trasformazione del modo di esperire il mondo; fare una distinzione, indicare una punteggiatura, segnalare ordini di ricursione e servirci della descrizione doppia possono essere considerati, così, gli strumenti di una costruzione epistemologica.
La cibernetica, definita nei termini più semplici, rientra in una scienza generale della struttura e dell’organizzazione. Adottare la visione cibernetica vuol dire, dunque, entrare in un modo di descrizione radicalmente diverso, che ci consente di scoprire e costruire modelli del tutto alternativi nell’ecologia della nostra esperienza.

7mag/11Off

La descrizione doppia

Quando due individui interagiscono, ciascuno di essi punteggia il flusso d’interazione in cui è inserito. Se un osservatore esterno combinasse i punti di vista di entrambi, comincerebbe ad emergere il senso dell’intero sistema. Anzitutto, la punteggiatura originata da ciascuna persona può essere presentata in forma di sequenza; in seguito, si può cercare di discernere la struttura che le connette entrambe. Quindi, ci si può muovere dal presupposto che il modello di punteggiatura dell’individuo A interagisca con il modello di punteggiatura dell’individuo B, al fine di creare un modello ibrido e del tutto nuovo che fornisca una visione della relazione nel suo insieme. Bateson riferisce i termini di questa interazione doppia, che è il fondamento della relazione stessa, con il nome di <<descrizione doppia>>.
Per vedere una relazione è necessario procedere a una descrizione doppia. Però, se si considera singolarmente ciascuna parte della relazione come qualcosa situato all’interno di una persona, si crea un “principio dormitivo”; nello specifico, vedere un bambino che brontola senza considerare la mamma che si nega ai suoi giochi può portare a considerare quel particolare sistema come “brontolone”, anziché come “brontolio-negazione dei giochi”. In genere, tutte le descrizioni che ineriscono a caratteristiche della personalità consistono in realtà estratte da modelli di relazione, di fatto, più ampi.
Bateson ha denominato due categorie di processi d’interazione: la relazione simmetrica e la relazione complementare. Egli applica il termine “simmetrico” a tutte quelle forme  di interazione che possono essere descritte in termini di competizione, rivalità e così via, cioè quelle relazioni in cui determinate azioni di A spingono B ad azioni dello stesso genere, le quali, a loro volta, scatenano in A nuove azioni simili, in un continuum che può protrarsi all’infinito; utilizza, invece, il termine “complementare” a tutte quelle sequenze d’interazione in cui le azioni di A e B, se pur diverse, si combinano l’una con l’altra, in esempi di autorità-sottomissione, dipendenza-assistenza e via di seguito.
Riflettendo sul modo in cui i modelli d’interazione possono essere, a loro volta, modellati, Bateson si è reso conto di come forme di simmetria e di complementarietà incontrollata possono, inevitabilmente, portare a stress e a dissoluzioni intollerabili dell’intero sistema di interazione. Dunque, si può provare a considerare il modo in cui vengono modellati i modelli simmetrici e complementari di interazione come una sorta di coreografia; così, a questo livello d’analisi, possiamo considerare le conversazioni, che si svolgono fra gli individui, come organizzate secondo regole di coreografia, le quali strutturano i loro temi d’interazione.

19apr/11Off

Gli ordini di ricursione

Lo studio formale del modo in cui le persone punteggiano la propria esperienza diventa un metodo per individuarne l’epistemologia. I loro modelli abituali di punteggiatura presuppongono degli assunti epistemologici. L’epistemologia, quindi, prende le mosse dall’osservatore, il quale distingue per osservare, punteggiando l’esperienza che ha della realtà. Ciò che l’osservatore osserva può essere descritto e ciò che egli descrive è inteso nei termini di un fare distinzioni su quanto osservato. Si ha, così, un’operazione ricorsiva di fare distinzioni su distinzioni, punteggiature su punteggiature, che ci indirizza, nuovamente verso il mondo della cibernetica, in cui azione e percezione, costruzione e rappresentazione si intrecciano strettamente. I contesti d’azioni sono ordini di ricursione più elevati delle azioni semplici. Ogni contesto di azioni è punteggiato dall’organismo stesso o dalle interazioni sociali in cui esso è inserito. Quindi, cambiare il modo in cui l’organismo punteggia le proprie esperienze è un apprendimento d’ordine più elevato. Tuttavia, un computo epistemologico fondamentale è quello di contraddistinguere gli ordini di ricursione invocati in ogni descrizione/spiegazione.
Quando Bateson ha esaminato i contesti entro i quali si sviluppano le azioni degli individui, ha notato che questi determinano il modo in cui le azioni semplici sono legate in un’organizzazione sociale, ossia il modo in cui le reazioni degli individui alle reazioni di altri individui sono organizzate nel tempo. Quest’ordine di analisi ha dimostrato come nessuna azione sia un’isola e come tutte le azioni siano parti di un’interazione organizzata.
In ogni interscambio sociale, ciascuno di noi conferma la propria particolare concezione di ciò che sta accadendo. Nonostante ciò, non esiste nulla di simile a una dimostrazione oggettiva di quale sia il lato giusto della medaglia. Tutti gli incontri, sociali o d’altro tipo, possono portare al rafforzamento e all’autoconvalida di una concezione particolare. Così, ogni individuo può scegliere come guardare alle proprie concezioni, considerarle parziali e aperte alla correzione o complete e chiuse alla correzione. Naturalmente il ragionamento qui proposto vale per ogni particolare concezione e, quindi, anche per questa concezione delle concezioni.
Esaminando il comportamento degli individui con gli occhi dei processi ricorsivi, ci si può accorgere della presenza di quelli che Bateson chiama “principi dormitivi”. Per esempio, si può descrivere una persona come infelice e senza voglia di fare la qualunque cosa e classificare queste stesse descrizioni come i sintomi di una possibile depressione; successivamente, si può incappare nel rischio di spiegare queste particolari descrizioni come il risultato di un’effettiva depressione e questo vuol dire rifarsi ad un principio dormitivo. Così facendo si considera una singola azione come causata da tutta una categoria di azioni.

2apr/11Off

Fare una distinzione

L’atto epistemologico fondamentale è la creazione di una differenza, poiché solo distinguendo una forma dall’altra siamo in grado di conoscere il nostro mondo. In principio Spencer Brown ha scritto: <<Fate una distinzione!>>. Questo presupposto è il punto di partenza di qualsiasi azione, decisione, percezione, pensiero, descrizione, teoria ed epistemologia, poiché un mondo può essere esperito in infiniti modi secondo le distinzioni che stabiliamo.
Per comprendere un qualsiasi ambito di fenomeni occorre osservare come esso è stato costruito, ovvero quali distinzioni ne sottendono la creazione. Infatti, Spencer-Brown suggerisce, di fatto, come la nostra comprensione di un siffatto universo non proviene dallo scoprire il suo aspetto attuale, bensì dal ricordare ciò che abbiamo fatto in origine per causarlo.
Epistemologicamente parlando, siamo, dunque, portati a trovare le distinzioni originarie che specificano il sapere di qualsiasi individuo. Compito dell’epistemologo diviene, allora, l’individuazione del modo in cui un particolare sistema, sia esso un organismo, una famiglia, un gruppo di educatori o una comunità scientifica, specifica e mantiene certe forme di demarcazione. “Come facciamo a sapere che il nostro modo di rapportarci al reale è efficace?” Si può proseguire, in questo modo, interponendo un’altra domanda, cioè: “Come facciamo a sapere di sapere che questa nostra costruzione è efficace?” E poi ancora: “Come facciamo a sapere di sapere di sapere?”. Procedendo scrupolosamente per questa via, ogni elemento del sapere sarà sottoposto a un’indagine d’ordine più elevato, che porterà le nostre assunzioni epistemologiche a diventare l’oggetto della loro stessa indagine.
In realtà, tutto ciò fa pensare a come le epistemologie siano dei processi ricorsivi, in quanto ogni tentativo compiuto per fissare un’epistemologia nello schermo della propria coscienza equivale, inevitabilmente, a dare l’avvio a successive indagine e modificazioni. Nel campo della psicologia ci si era resi conto di quanto detto, ovvero, che il fatto di descrivere l’esperienza umana cambia l’esperienza stessa e che quanto più la descrizione si avvicina alla completezza tanto più tende ad essere la base del cambiamento dell’esperienza che essa descrive. Probabilmente ciò avviene in ogni scienza, ma avviene specialmente nelle scienze che si occupano dell’uomo. Infatti, la consapevolezza che l’uomo ha di se stesso opera come un’azione di continuo “riciclaggio”, che provoca in lui continui cambiamenti.
Dunque, in termini generali, possiamo dire che il fare una qualsiasi distinzione ci lascia con un universo alterato, espanso per l’ulteriore investigazione.

7mar/11Off

Verso l’epistemologia cibernetica

<<In che modo il reale è reale?>> Questa è la domanda che si pone Keeney e che dovremmo iniziare a porci pure noi per cominciare ad esaminare in che modo costruiamo un mondo di esperienza. In realtà, si può pensare come non vi sia una corrispondenza diretta fra un evento che ha luogo fuori di noi e l’esperienza che ne abbiamo interiormente. Però, potremmo provare ad andare oltre questa concezione e poter sostenere che il mondo, quale lo conosciamo, è interamente costruito da noi. Tuttavia, questa posizione di “solipsismo ingenuo”, cioè, l’opinione secondo la quale vi sarebbe fuori di noi un mondo reale che i nostri sensi modellano interiormente, è altrettanto limitata. Dunque, una visione più ampia sarà quella che abbraccia entrambe le prospettive, tanto il “solipsismo ingenuo” quanto il “realismo ingenuo”, come sguardi parziali sull’intero quadro; dopotutto, qualsiasi posizione, prospettiva, quadro di riferimento o idea è sempre l’espressione parziale di un tutto che non riusciamo mai a cogliere completamente.
L’interrogativo più affascinante e comprensivo del contesto generale che vogliamo proporre è: in che modo possiamo far convergere prospettive diverse, siano esse realtà e fantasia, concezione formale e azione pratica o, anche, problema e cura?
Finora, si è fatto un uso implicito del temine epistemologia per indicare sia come uno pensa, percepisce e decide, e che cosa, effettivamente, pensa, percepisce e decide. Adesso, vedremo che il come uno conosce è inseparabile dal che cosa conosce; inoltre, si scoprirà come tutti gli individui abbiano in comune la fondamentale operazione epistemologica del fare distinzioni.

14feb/11Off

Epistemologie alternative

Per molti filosofi ed epistemologi, l’epistemologia è lo studio della conoscenza, quale essa si manifesta al momento presente, ovvero, l’analisi della conoscenza in sé e per sé ed entro la sua propria struttura, senza riguardo al suo sviluppo. Nel contesto della filosofia, l’epistemologia riguarda tradizionalmente un insieme di tecniche analitiche e critiche che stabilisce i confini entro i quali si svolgono i processi del conoscere. Fuori dell’antro del filosofo la possiamo trovare in luoghi come la disciplina sperimentale della biologia, nel lavoro di scienziati contemporanei quali Maturana, Varela, von Foerster e McCulloch.
Il livello al quale Bateson criticava la psicologia è il livello fondamentale da lui definito “epistemologia”. Più basilare di ogni altra teoria, l’epistemologia si occupa delle regole di funzionamento che presiedono la cognizione. Per definizione l’epistemologia cerca di specificare <<come gli organismi particolari o gli aggregati di organismi, conoscono, pensano e decidono>> .
Gli interessi epistemologici sono presenti nel più vasto contesto della storia naturale. Nell’ambito socioculturale, l’epistemologia diventa lo studio del modo in cui gli individui o sistemi d’individui conoscono le cose e in cui pensano di conoscerle. In termini più generali, lo studio dell’epistemologia diventa un modo di capire come gli uomini giungono a costruire e a conservare le loro abitudini cognitive. È impossibile non avere un’epistemologia. Bateson, nel 1977, sviluppa questo punto: <<Non si può sostenere di non possedere una epistemologia. Chi lo sostiene ha semplicemente una cattiva epistemologia. Preferirei dire che la pretesa di non avere una epistemologia rivela un’epistemologia che non include la consapevolezza cosciente di se stessa>>.
Le discussioni sull’epistemologia hanno fatto talora distinzione tra forme di ecologia “lineali” e “non lineali”, dette anche sistemiche, ecologiche, ecosistemiche, circolari, ricorsive o cibernetiche. L’epistemologia “lineale” tradizionale è esemplificata dalla letteratura psichiatrica e dal modello medico classico della psicopatologia. Questa concezione della terapia è illustrata, nel modo più vistoso, dagli approcci biochimici, chirurgici ed elettrici. L’epistemologia “non lineale” dà risalto all’ecologia, al rapporto e agli interi sistemi;  all’opposto dell’epistemologia “lineale”, si sintonizza sull’interrelazione, la complessità, il contesto. Questa epistemologia si manifesta nell’opera degli educatori e dei terapeuti che considerano il loro rapporto con i clienti come parte del processo di cambiamento, apprendimento ed evoluzione.
È semplicemente impossibile che uno riesca a descrivere chiaramente un’epistemologia alternativa in termini convenzionali, poiché non si può ricorrere a nessuna sequenza di azioni o raccolte di metafore per illustrarla concretamente. Ciò che uno vede reca sempre l’impronta del mondo in cui sta agendo in quel momento. Per vedere un mondo alternativo bisogna esserci dentro. Questo lavoro può indicare tutt’al più varie strade per trovare un epistemologia alternativa e mettere poi in guardia contro la possibilità che ognuno di queste strade venga travisata e distorta dalla visione del mondo in cui ciascuno è già inserito.
Bateson propone l’adozione del termine “epistemologia cibernetica”, quale denominazione appropriata per la suddetta epistemologia alternativa, affermando: <<Ritengo che la cibernetica rappresenti il boccone più grosso che l’uomo abbia strappato dall’Albero della conoscenza negli ultimi duemila anni>>. Il campo della cibernetica è diventato il principale contesto per lo studio delle questioni epistemologiche. Poiché ciò che pensiamo, diciamo e facciamo è determinato dalla nostra particolare epistemologia, per capire l’epistemologia cibernetica bisogna parlarne e udirne il linguaggio. Allo stesso modo, per conoscere la cibernetica occorre usare forme di descrizione cibernetiche. Qui l’arduo compito sarà quello di specificare i presupposti basilari dell’epistemologia cibernetica. Prima di farlo, però, sarà necessario discutere su alcuni fondamenti dell’epistemologia per poter costruire, in seguito, un contesto per la formulazione dell’epistemologia cibernetica.

27gen/11Off

Lo sviluppo del pensiero riflessivo

King e Kitchener hanno elaborato alcune assunzioni di base, relative alla natura stessa dello sviluppo del pensiero epistemologico, che hanno precise implicazioni per coloro che sono interessati alla promozione del giudizio riflessivo.
a) Gli individui sono attivi nell’interpretare e dare un senso alle loro esperienze.
b) L’interpretazione degli eventi, da parte degli individui, è influenzata dalle loro assunzioni epistemologiche.
c) I modi in cui gli individui attribuiscono significato alle loro esperienze si sviluppano nel tempo: le assunzioni epistemologiche, tipiche dei primi stadi, si evolvono a partire da una struttura semplice fino ad arrivare a una struttura più complessa, che consente all’individuo di valutare informazioni derivanti da più fonti nella costruzione di una interpretazione.
d) Gli individui si muovono all’interno di stadi di sviluppo, che consentono di dare prestazioni che non corrispondono ad un unico stadio.
e) Le interazioni con l’ambiente influenzano fortemente lo sviluppo dell’individuo, il quale cambia a secondo delle caratteristiche della sua relazione con l’ambiente.
f) Lo sviluppo viene stimolato quando le esperienze di un individuo non corrispondono alle sue aspettative, conducendo l’individuo a riconsiderare, reinterpretare o rifiutare le proprie assunzioni o credenze.
g) Lo sviluppo del giudizio riflessivo avviene nel background dell’individuo, nel contesto delle sue esperienze educative precedenti e nella situazione della vita attuale: le caratteristiche di una persona riflettono le sue esperienze di apprendimento in una varietà di contesti e da una varietà di fonti.

5gen/11Off

La cognizione epistemica

Oggi gli uomini cominciano ad essere sempre più consapevoli, rispetto al passato, del funzionamento del proprio cervello e in questo la cibernetica ha avuto la sua parte: è necessario che l’uomo sia e resti consapevole anche del mondo in cui egli, giorno per giorno, modifica questo atteggiamento con, ad esempio, l’educazione che dà ai suoi figli, con le attività che svolge e con le scelte e gli usi degli strumenti. Non è compito della scienza stabilire in assoluto, una volta per sempre, secondo quali criteri stabilire un comportamento “bene” o “male” che sia, ma fa pur sempre parte della scienza l’essere consapevoli di ciò che si fa, in modo da poter definire l’adeguatezza tra scopi e mezzi e la coerenza tra gli scopi. In un certo senso, anche questa è cibernetica, un linguaggio con le sue vastissime applicazioni attinente in particolare al campo fisiologico e psicologico e all’operare dell’uomo.
Organizzare i dati in un modo o in un altro crea quelle che possono essere definite “realtà differenti”. Infatti, sono le nostre teorie a dirci come interpretare gli accadimenti, cosa considerare rilevante o irrilevante, cosa perseguire o tralasciare, cosa é coerente e cosa non lo è. Esiste effettivamente un continuo processo circolare e ripetitivo tale per cui la nostra epistemologia determina cosa vediamo; questo stabilisce quello che facciamo e, a loro volta, le nostre azioni organizzano quello che succede nel nostro mondo. Per l’individuo, la conoscenza è il prodotto di un rapporto attivo con il mondo.
Heinz von Foerster sottolinea di fatto come la perdita dell’oggettività sia proprio il requisito fondamentale per un’epistemologia dei sistemi viventi: <<Ogni descrizione implica colui che la descrive, ogni descrizione è un’interpretazione>>. Per von Foerster, il mondo esterno è conoscibile attraverso un rapporto diretto con esso e non è indipendente da colui che osserva.
La ricerca psicologica ha riconosciuto da molto tempo che due tipi di conoscenza sono determinanti nel portare a termine con successo un compito o un’attività: quella “dichiarativa”, che è relativa alle informazioni del dominio in cui si è impegnati mentalmente e quella “procedurale”, riguardante le strategie da impiegare. Tuttavia, la ricerca ha anche messo in luce l’esistenza di un terzo tipo di “intuizioni”, che sembrano influenzare l’elaborazione cognitiva nei processi di apprendimento, ossia ciò che viene definito in termini di “credenze epistemologiche”.
Le differenti convinzioni, in senso epistemico, portano gli individui ad accertare la natura dei problemi e delle possibili soluzioni secondo modalità differenti. Kitchener ha proposto, pertanto, un modello di elaborazione cognitiva a tre livelli:
1) al primo livello, quello cognitivo, gli individui intrapendono compiti di base, quali il percepire, il memorizzare, il calcolare e così via, attraverso cui costruiscono la propria conoscenza del mondo.
2) il secondo livello, quello metacognitivo, riguarda i processi implicati nel monitoraggio di ciò che si mette in atto quando si è impegnati sul piano cognitivo: ad esempio, come memorizzare una lista di parole, quali strategie adottare, come vanno impiegate e via, così, di seguito.
3) il terzo livello, quello epistemico, denota i processi attraverso cui un individuo riflette sulla natura dei problemi e controlla la verità delle alternative di soluzione; esso opera ad un meta-meta livello, in quanto non riguarda le strategie specifiche che possono essere disponibili alla soluzione di un determinato problema, bensì se il problema stesso è risolvibile e a quali condizioni.
Assumere delle epistemologie personali e sociali sottolinea il ruolo delle teorie del conoscere e dell’apprendere, elaborate dagli individui, che influenzano profondamente la natura delle attività di conoscenza: avere determinate convinzioni su come si conosce e impara influisce, ad esempio, sulla scelta sul tipo di compiti in cui ci impegniamo, sul modo con cui li svolgiamo e sul risultato stesso del nostro apprendimento. Quindi, non basta chiedersi se, nel caso specifico, uno studente conosce un fatto o una regola, ma occorre anche chiedersi in quale contesto di credenze sul sapere e sul comprendere quella conoscenza è inserita.

8dic/10Off

L’interazione circolare fra scienza ed esperienza

La nostra cognizione emerge dallo sfondo di un mondo che si estende oltre di noi, ma che non può essere rinvenuto separatamente dal nostro radicamento nel corpo. Distogliendo l’attenzione da questa circolarità, per seguire il movimento della cognizione, ci siamo resi conto di come non fosse possibile avere la consapevolezza di un io-sè permanente e durevole. Così, si è rinvenuto come questi diversi aspetti dell’assenza di fondamenti sono in realtà riconducibili ad un’unica forma: l’organismo e l’ambiente si sviluppano uno nell’altro e uno indipendente dall’altro, in quella circolarità fondamentale che è la vita stessa.
Però, se il mondo è privo di fondamento, così come sottendono gli insegnamenti della filosofia e della scienza, come faremo a comprendere la nostra esperienza giorno per giorno? Da un lato, tutto questo può significare che il nostro mondo continuerà ad essere quello degli oggetti, che possono essere definiti reali e indipendenti, e degli eventi che ci sono familiari, anche se dovessimo scoprire che esso sia non prestabilito e ben fondato. Dall’altro lato potremmo, invece, percepire questo mondo familiare come se esso avesse un fondamento, pur sapendo che esso non l’ha. Peraltro, la nostra condizione storica è quella di dover fare della “filosofia senza fondamenti”.

25nov/10Off

Il recupero del senso comune

Nella nostra esplorazione dell’esperienza umana, il nostro attaccarci ad un fondamento interiore rappresenta l’essenza stessa dell’io-sé e questo può essere, talvolta, fonte di continue frustrazioni. Tuttavia, si può cominciare ad apprezzare come anche questo attaccamento ad un fondamento interiore sia, in realtà, un momento nel quadro di uno schema più ampio, il quale comprende, ad esempio, un nostro attaccamento ad un fondamento esterno come un mondo prestabilito e indipendente. Comunque, sia che si cerchi di trovare un fondamento ultimo all’interno della mente, sia che lo si cerchi all’esterno di essa, la motivazione fondamentale e lo schema di pensiero sono gli stessi, cioè la tendenza all’attaccamento.
Una possibile mancanza di fondamento, quindi, deve essere cercata nell’esperienza quotidiana, che conduce le scienze della cognizione a considerare ogni forma d’esperienza stessa come una “psicologia del senso comune”, che ci consente di sapere come comportarci in un mondo che non è stabile e prefissato, ma continuamente forgiato dalle azioni nelle quali ci impegniamo. Perciò, la tendenza dovrà essere quella di continuare a trattare la cognizione come risoluzione di problemi in alcuni ambiti prestabiliti; questi problemi, però, non sono del tutto prestabiliti, ma prodotti da uno sfondo d’azione, dove ciò che è pertinente è determinato, contestualmente, dal nostro senso comune.
La comunicazione reciproca fra scienza cognitiva ed esperienza può essere immaginata come un cerchio che incomincia con l’esperienza di un essere umano, lo scienziato cognitivo, che è in grado di concepire il funzionamento di una mente senza un sé. Seguendo la teoria e un approccio sistematico all’esperienza, si può scoprire che, sebbene ci sia la tendenza a sostenere l’esistenza di un sé, esso, tuttavia, manca nell’esperienza reale. Dunque, come sarà possibile che un sé coerente sembri esistere davvero quando esso in realtà non c’è? Una risposta a tale domanda potrebbe condurre l’individuo ad immergersi maggiormente nei rapporti causali della propria esperienza; questo gli consentirebbe di capire le cause e gli effetti dell’attaccamento al sé, permettendogli, così, di abbandonare la lotta legata a tale atteggiamento. Infatti, non appena le relazioni, le percezioni e le attività della mente si espandono nella consapevolezza, si ha un’idea dell’assenza di fondamenti ultimi, sia nel caso della propria mente, sia in quello dei suoi oggetti, cioè del mondo.

10nov/10Off

La nube primordiale

L’intenzione dichiarata del movimento cibernetico era quella di creare una scienza della mente e i cibernetici si sentivano chiamati ad esprimere i processi alla base dei fenomeni mentali. Così, il 1943 fu l’anno nel quale ebbe inizio la fase cibernetica e il 1956 fu quello, invece, che diede alla luce il cognitivismo. L’intuizione fondamentale alla base del cognitivismo è che l’intelligenza, compresa l’intelligenza umana, possa in realtà essere definita come computo di rappresentazione simboliche. Il concetto chiave, a questo punto, è quello di rappresentazione o intenzionalità e i cognitivisti sostengono che il comportamento intelligente presuppone la capacità di rappresentare il mondo in certi modi. Pertanto, un comportamento cognitivo assume che un soggetto agisca rappresentando caratteristiche significative della propria situazione.
In quale altro modo, però, potrebbero essere legati la mente e il mondo? Quale sarebbe, in realtà, il fondamento scientifico dell’idea che la mente sarebbe, dunque, un particolare tipo di congegno in grado di elaborare l’informazione e di rispondere ad aspetti prestabiliti dell’ambiente? Nella discussione sul cognitivismo, però, dobbiamo far riferimento a due differenti accezioni del concetto di rappresentazione. Da un lato c’è la nozione di rappresentazione come interpretazione: la “cognizione” consiste sempre in una particolare interpretazione o rappresentazione del mondo; dall’altro lato, questo aspetto della cognizione dovrebbe essere spiegato ipotizzando che un sistema agisca sulla base di rappresentazioni interne.

16set/10Off

Lo studio dell’esperienza

“Il mondo non ha oggetti perchè nel momento in cui si utilizza il termine ‘mondo’ si sta già compiendo un’inferenza riguardante la propria esperienza. La struttura è rilevata dall’esperienza sensoriale. Se si considera l’esperienza come primaria, l’unica cosa che si può fare è sperimentare. L’esperienza è la causa, il mondo la conseguenza.”

Heinz von Foerster

La conoscenza è rappresentazione mentale: la mente opera manipolando simboli che rappresentano caratteristiche del mondo o del mondo stesso in un certo modo. Secondo questa ipotesi cognitivista, lo studio della conoscenza, in quanto rappresentazione mentale, delimita l’esatto dominio delle scienze della cognizione. Varela, Thompson e Rosch propongono di usare il termine <<enattivo>> per dar risalto alla convinzione che la conoscenza non è la rappresentazione di un mondo prestabilito, da parte di una mente prestabilita, ma piuttosto l’enazione, cioè, la produzione di un mondo e di una mente sulla base delle diverse azioni che un uomo compie nel mondo.

Alcune forme di scienza cognitiva, tra cui la neuroscienza, partono dall’opinione che la conoscenza può essere studiata indagando le particolari strutture dei sistemi cognitivi. Queste proprietà biologiche possono essere associate alla conoscenza solo tramite il comportamento. L’assunto fondamentale, dunque, è che ad ogni forma di comportamento ed esperienza sia possibile attribuire delle strutture cerebrali specifiche, così, come è vero, che le modificazioni nella struttura cerebrale si manifestano in alterazioni comportamentali ed esperenziali.

L’intuizione fondamentale dell’approccio enattivo sta nel fatto di poter vedere le nostre attività come riflessi di una struttura, senza perdere di vista l’immediatezza della nostra esperienza. Quindi, il rapporto che si viene a delimitare tra scienze della cognizione ed esperienza umana porta le scienze stesse a dover disporre di un metodo per esplorare e conoscere cosa, di fatto, l’esperienza umana sia. Bisogna partire dalla consapevolezza di quanto poco presenti normalmente si è; ad esempio, di solito, si può notare la tendenza della mente a vagare quando solo cerchiamo di eseguire un compito mentale e questo errare interferisce con il compito stesso. In realtà, solo raramente il corpo e la mente sono strettamente coordinati, non facendoci totalmente presenti nelle esperienze che viviamo. Quindi, come potrebbe questa mente diventare uno strumento per conoscere se stessa? La dissociazione della mente dal corpo, della consapevolezza dall’esperienza, è il risultato di un abitudine e le abitudini possono essere spezzate.

Se praticare, dunque, la consapevolezza dell’esperienza e la presenza del corpo con la mente ha come risultato quello di portarci più vicino alla nostra esperienza, invece che allontanarci da essa, potremmo allora provare a chiederci qual’è il ruolo, in tutto questo, della riflessione. Ciò che Varela, Thompson e Rosch suggeriscono ci porta ad una modificazione nella natura della riflessione da attività astratta e non-presente a riflessione presente e “il-limitata”.

28ago/10Off

Cambiamenti nel sistema di costruzione

I costrutti consentono di individuare i temi ricorrenti nel corso della vita di ogni individuo. Da una parte, gli eventi dai quali scaturiscono i costrutti sono continuamente in trasformazione; dall'altra parte, la solidità e la sicurezza degli stessi rimangono pressoché inalterate. Tuttavia, anche i costrutti subiscono dei cambiamenti e alcuni individui mostrano particolare impaccio nell'individuare delle situazioni che si adattino ai loro problemi. Così, ognuno di noi è più propenso a compiere dei cambiamenti in determinate aree e in determinati momenti, che non in altri. Il problema che emerge è quello di consentire un cambiamento adatto al sistema costruttivo personale di ciascuno, sia che si mettano a confronto diversi individui, sia che i tentativi di adattamento siano fatti dallo stesso individuo.

Pertanto, Kelly richiama la nostra attenzione su certi specifici costrutti, vale a dire l'ansia, l'ostilità, la colpa, la minaccia, la paura e l'aggressività e li definisce come aspetti dei sistemi di costrutti in uno stato di cambiamento. Le definizioni sono quelle che seguono.

L'ansia è la consapevolezza che gli eventi che ci troviamo di fronte giacciono, per lo più, al di fuori dal campo di pertinenza del nostro sistema di costrutti. Così, diventiamo ansiosi quando possiamo costruire solo parzialmente gli eventi che incontriamo e quando troppe delle loro implicazioni rimangono oscure.

L'ostilità è lo sforzo continuo di ottenere delle prove a favore di una serie di previsioni sociali, di cui si è già riconosciuto il fallimento. Infatti, capita qualche volta che, se vogliamo preservare intatto il nostro sistema di costrutti, non possiamo abbandonare le costruzioni sulle quali quelle aspettative si basavano. Se ciò accadesse, potremmo ritrovarci di fronte al caos. In una posizione del genere è probabile che diventiamo ostili, costringendo gli altri a comportarsi in modo da confermare le nostre predizioni.

La colpa è la consapevolezza della rimozione del sé dalla struttura nucleare del ruolo. I costrutti nucleari del ruolo sono quelli per mezzo dei quali valutiamo gli aspetti centrali del nostro comportamento, le tematiche alle quali siamo più interessati o i modi in cui cerchiamo di anticipare le nostre direzioni e le nostre attività future.

La minaccia è la consapevolezza di un imminente e ampio cambiamento nelle strutture nucleari. Quindi, siamo minacciati quando le nostre convinzioni principali sulla natura della situazione personale, sociale e pratica vengono invalidate e il mondo, attorno a noi, sembra sul punto di divenire caotico.

La paura è, anch'essa, la consapevolezza di un imminente cambiamento nelle strutture nucleari di un individuo ed è molto simile alla minaccia; mentre questa riguarda la ristrutturazione della struttura principale, la paura riguarda una ristrutturazione incidentale, cioè occasionale ad un determinato evento.

L'aggressività è l'elaborazione attiva del proprio campo percettivo. Kelly riferisce che siamo aggressivi quando cerchiamo di verificare attivamente la validità delle nostre costruzioni, estendendo il campo delle nostre attività in nuove direzioni; quindi, tutto questo avviene quando esploriamo.

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La costruzione dell’esperienza

In che modo la persona stessa considera l’esperienza? E in che modo può fare qualcosa di diverso dal reagirvi? Vediamo.
Partiamo, intanto, dal presupposto che il mondo in cui viviamo è sia in costante evoluzione, sia che la nostra esperienza è quella porzione di mondo che accade inevitabilmente a noi; quindi, l’universo esiste e l’uomo lo conosce gradualmente. In seguito, le cose che ci accadono personalmente avvengono solo quando un nostro comportamento è in relazione ad esse. Pertanto, possiamo definire l‘esperienza come la portata dei fatti che cadono entro la prospettiva di una persona, così da fare dell’esperienza stessa un insieme di eventi personalmente costruiti. Dunque, indagare l’esperienza di una persona vuol dire guardare ciò che tale persona ha in qualche modo costruito, non importa se in modo giusto o sbagliato. Conoscere le cose è un modo per lasciare che ci accadano.
La validità dei nostri costrutti personali non è garantita né dalla portata dell’esperienza, né dalla durata dell’esperienza. Se una persona non riesce a ri-costruire gli eventi, anche se essi continuano a ripetersi, avrà un’esperienza limitata. Una persona che dà gli eventi per scontati, senza cercare di gettare su di loro una  luce nuova, aggiungerà molto poco alla portata della propria esperienza, pur col passare degli anni.
Dal punto di vista della psicologia dei costrutti personali è l’apprendimento che costituisce l’esperienza. Quindi, se una persona cerca di gestire il proprio mondo nel modo, ad esempio, in cui tiene scrupolosamente in ordine i propri vestiti, scoprirà che avrà molto da fare per adattarsi alla mutevolezza degli eventi. Se il repertorio di costrutti con il quale affronta la propria quotidianità è fatto di costrutti impermeabili, sarà molto probabile che scopra che, per una notevole quantità di eventi, il suo sistema di costruzione non funziona; cercherà, così, di racchiudere l’esperienza entro gli ambiti limitati che riesce a comprendere. Invece, se una persona è pronta a percepire gli eventi in nuovi modi, potrà riuscire ad accumulare un bagaglio d’esperienza molto più in fretta. Sarà, infatti, proprio questa capacità di adattamento a fornire all’individuo una validità del suo sistema di costrutti, piuttosto che la quantità di tempo che egli effettivamente trascorre cercando, ad esempio, di schiacciare via gli eventi che gli ronzano attorno.
Infatti, una persona può avere anche un bagaglio di costrutti che comprende, come elementi nei loro contesti, altre persone; gli elementi possono comprendere specifiche parti di comportamento di altre persone. Tuttavia, quando una persona mette alla prova un tipo di costrutto del genere, non fa altro che sottoporre questo ad un processo di validazione. In tal modo, se gli amici di una persona si comporteranno come egli si aspetta, egli accumulerà, allora, prove a supporto del suo costrutto; invece, se ciò non accade, il suo costrutto non sarà in grado di fornirgli una precisa previsione degli eventi.
Non riuscire a mantenere condizioni favorevoli alla formazione di nuovi costrutti implica, in linea generale, un ritardo nella loro formazione. Dopotutto, possono verificarsi alcune condizioni specificamente sfavorevoli alla formazione di nuovi costrutti; queste riguardano la presenza di un elemento di minaccia fra tutti i dati a disposizione, a partire dai quali si verrà a formare il nuovo costrutto. Sostanzialmente, <<la minaccia è una delle caratteristiche della relazione di un costrutto con i costrutti sovraordinati, all’interno di un sistema>>. Quindi, un costrutto genera minaccia quando è esso stesso un elemento in un costrutto di ordine superiore, che, a sua volta, è incompatibile con altri costrutti di livello superiore, dai quali la persona fa dipendere la propria vita.
In linea di logica, una persona mantiene il proprio sistema di costrutti rendendolo sempre più chiaro; ciò significa, dunque, che una persona controlla il proprio sistema identificando, contemporaneamente, gli elementi che il sistema esclude e quelli che esso include. Così, quando un individuo si trova coinvolto con degli elementi incompatibili con il proprio sistema, vede queste associazioni come minacce.

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La costruzione personale del proprio ruolo

Poniamo adesso l’attenzione sull’effetto di controllo che i costrutti hanno sulla persona stessa. L’aspetto a fronte del quale gli eventi sono simili è il sé. Così, il sé può essere impiegato come una cosa, un dato o un elemento nel contesto di un costrutto sovraordinato. Quando una persona inizia a usare se stessa come un dato per formare costrutti scopre che i costrutti, che forma, funzionano come controlli rigorosi del proprio comportamento; ne risente, soprattutto, il suo atteggiamento a confronto con quello di altre persone e, quindi, a influenzare il proprio comportamento è il confronto che egli vede o costruisce. Pertanto, la gran parte della vita sociale di una persona è controllata dai confronti che essa giunge a vedere fra sé e gli altri.
Uno studio sui forti cambiamenti di personalità conferma il fatto che la maggior parte dei cambiamenti radicali, che vediamo nel comportamento delle persone, non rappresentano tanto dei cambiamenti di fondo nel loro modo di affrontare la vita, ma, piuttosto, dei tentativi di spostamento entro quelle cornici rigide che, d’altra parte, forniscono gli unici indizi per comprendere le relazioni umane. La ri-costruzione della vita di una persona è un processo continuo e, di fatto, è impossibile che una persona cambi la propria posizione rispetto ad un qualche costrutto dominante il proprio ruolo, senza cambiare anche, almeno in parte, il costrutto stesso.
I processi psicologici di una persona si basano su versioni personali della realtà e le versioni personali sono nient’altro che i nostri costrutti. I costrutti personali sono, dunque, sia reali che interpretazioni dei fatti e possono essere usati come prospettive per vedere altri costrutti; occorre, però, chiarire che la realtà dei costrutti non è identica a quella degli elementi concreti che cadono nel loro contesto, poiché un costrutto non è identico a tali elementi concreti, ma li rappresenta.