VIODIO, VIAMO o…
Articolo apparso sul n°82 di spotandweb.it di Venerdì 14 Maggio.
Tutto è partito da Tumblr che, per chi ancora non lo sapesse, è una piattaforma di microblogging dedicata alla condivisione di contenuti in maniera molto intuitiva e diretta. È da http://viodio.tumblr.com/ che è nata l’iniziativa di chiudere in un quadrato nero uno sfogo di rabbia verso qualcosa o qualcuno. Il 27 Gennaio di quest’anno “TRENITALIA TI ODIO” è stato il primo messaggio pubblicato. Ad oggi sono stati superati i 135. Ma il dato interessante riguarda la diffusione di questa moda anche sui social network.
Su Facebook oltre alla fan page ufficiale VIODIO, con i suoi 134,508 fan spopolano le satelliti VIAMO, TI BIASIMO, FIDATI…
Su Twitter, sono gli hashtag #viodio e #tiodio a dettar legge.
Chi di voi non ha ancora visto sulla propria bacheca uno di questi quadrati? Chi di voi non ne ha ancora pubblicato almeno uno? Questo sì che è un bell’esempio di viralità. È un meccanismo semplice (un bel quadrato a sfondo nero con scritta bianca), che soddisfa un bisogno primario (l’espressione di un sentimento), con un pattern standard su cui si può giocare in maniera creativa (le varianti dell’originale VIODIO sono ormai innumerevoli).
Ma in casi come questi un’azienda cosa può fare? Stare a guardare il tormentone del momento e cercare di capire come copiarlo? Analizzare gli elementi che l’hanno portato al successo e cercare di riprodurli? Non credo. La brutta copia di una bella iniziativa è quanto di peggio si possa fare per promuovere un marchio. Forse l’unico modo di approfittare di un meccanismo di questo tipo è buttarsi nella mischia e iniziare a giocare.
Ed è proprio così che è stato fatto per Aperol Spritz Italia. “SPRITZ TI STIMO”: chi non lo condividerebbe?
Quando un brand riesce a raggiungere il suo pubblico attraverso iniziative realmente virali è perché sa interpretare il mood del momento e coglierne le opportunità, ma anche perché ha solide fondamenta strategiche. Aperol Spritz ha saputo approfittare di questo tormentone perché ha incentrato il suo web marketing sui social in maniera genuina. Conosce la differenza tra un profilo di facebook e un banner e utilizza al meglio gli strumenti a disposizione. Basta andare sulla Fan Page per capire che l’attenzione verso il pubblico dei social network è altissima. Tab molto curate, integrazione tra più social media, molti bottoni di condivisione, iniziative coinvolgenti… E la cosa più importante è che non finisce tutto su Facebook, ma la strategia continua sul sito ufficiale dove gli utenti hanno la possibilità di veder pubblicati i loro tweets, le loro foto da flickr e i post dei blog. Sono disponibili i wall paper brandizzati, ma anche un tema per firefox, si può leggere il blog ufficiale di Aperol, si possono trovare le ricette per i cocktail e i video con i consigli per preparare il vero spritz. Insomma, una vera strategia di social media marketing che va ben oltre le solite attività di seeding su blog e forum.
Allora, chi ancora non ha condiviso?
Social Media Optimization , questa sconosciuta
Articolo apparso sul n°72 di spotandweb.it di Martedì 29 Aprile.
C’è chi ancora non sa che i motori di ricerca social lavorano con algoritmi differenti rispetto ai motori di ricerca tradizionali. Per intenderci, cercare su Google non è neanche lontanamente paragonabile a cercare su Facebook. Nonostante questo argomento sia trattato sia nei forum che nei blog di settore, la maggior parte delle aziende ancora non l’ha capito.
Come faccio a saperlo? Facile, proprio in questi giorni mi è stata detta questa frase: “Voglio essere ai primi posti tra i risultati di Facebook, utilizzando la chiave di ricerca da me scelta, ci sarà sicuramente qualche trucchetto per farlo.” Spiegare perché non mi fosse possibile soddisfare questa richiesta non è stato così facile.
L’idea di base è che esistono dei parametri di indicizzazione che selezionano i risultati in base al network di amici di ciascun utente e non sulla base degli algoritmi “tradizionali” diffusi da Google e dagli altri search engine. Per questa ragione diventa fondamentale scegliere una strategia comunicativa efficace, coinvolgere gli utenti e invogliarli a collaborare alla creazione di una community di brand addicted. Perché è proprio attraverso i “fan”, i neonati “likers” e i “followers” che si riesce a promuovere il brand, attraverso il passaparola. Se un nostro amico diventa portavoce di un prodotto, noi ne verremo a conoscenza proprio grazie al contatto diretto.
Mentre però un buon SEO o SEM vi possono aiutare a migliorare il vostro posizionamento sui motori di ricerca tradizionali, un ottimo SMM non vi porterà mai ad apparire in prima pagina nelle ricerche sui social media. Non per incompetenza, ma proprio perché questo non è un obiettivo perseguibile con gli strumenti di social media marketing, o comunque non è di primaria importanza. Per questo è fondamentale avere le idee chiare su cosa fare e cosa evitare.
Se proprio vogliamo provare ad individuare qualche linea guida per favorire l’indicizzazione social della nostra pagina, possiamo notare che è fondamentale che il titolo della pagina contenga la keyword di nostro interesse e che il numero dei fan sia alto, il più alto possibile.
Inoltre, Facebook considera anche le caratteristiche comuni con il proprio profilo: amici, gruppi e pagine in comune o la località da cui si accede. Per una volta Page Rank, Alexa Rank, Yahoo Inlinks, Technorati e compagnia non influiscono sul risultato.
Come ho già scritto in precedenza, in questo senso è fondamentale il livello d' informazione sull’argomento, che i professionisti della comunicazione abbiano tutti gli strumenti per maneggiare al meglio le tecnologie della rete e che anche loro diano un contributo alla “formazione” dei manager d’azienda, purtroppo ancora scettici e disinformati.
Eventlab, in collaborazione con PromoDigital ha dato vita ad una nuova iniziativa chiamata “Corso in Social Media Marketing”. Il workshop si terrà all’inizio di Giugno a Roma e sarà dedicato alla progettazione di un piano di comunicazione non convenzionale on line. Seguendo la regola del “learning by doing”, oltre alle solite nozioni di teoria verranno proposte occasioni concrete per mettere in pratica i principi del social media marketing. Perchè è solo mettendosi in gioco in prima persona che si ottengono dei risultati.
Oltre il Giornalismo 2.0
Articolo apparso sul n°67 di spotandweb.it di Martedì 22 Aprile.
Negli ultimi giorni mi sono resa conto che ormai le mie conoscenze riguardanti l’attualità derivano per la maggior parte da Facebook. Mi basta essere iscritta alle fan page di alcune delle principali testate italiane e avere qualche amico con velleità giornalistiche e il gioco è fatto.
Che il mio volo non aveva solo 15 minuti di ritardo a causa del maltempo, ma che sarebbe stato cancellato per via della cenere del vulcano islandese l’ho saputo da un link condiviso sul mio Wall. Che Raimondo Vianello ci avesse lasciati l’ho saputo dalla Fan Page del Corriere che ha dato la notizia alle 10.08, più di un’ora prima rispetto alla pubblicazione ufficiale sul sito del quotidiano milanese, avvenuta alle 11.02.
Di giornalismo 2.0 si è parlato in tutte le salse. I blog sostituiranno i quotidiani? Si leggerà meno il cartaceo e più l’online? Chi scriverà le notizie? Professionisti o redattori improvvisati? Queste sono solo alcune delle domande a cui gli esperti del settore stanno cercando di rispondere… ormai da anni.
Di recente sono venuti alla luce esperimenti di vario genere sul tema citizen journalism e affini. Non tutti hanno avuto successo, il terreno è senza dubbio molto impervio e il microblogging è sempre dietro l’angolo. Da quando i tweet e gli status update sono diventati tra le principali fonti di informazione online, infatti, le testate giornalistiche tradizionali hanno cercato in ogni modo di correre ai ripari nella paura di perdere la loro audience.
Due illustri esempi sono senza dubbio iReport della CNN e Zeitgeist del Guardian. Questi pilastri dell’informazione hanno deciso di allearsi con il “nemico” invece di combatterlo e hanno dato vita a due ibridi in cui reporter professionisti e utenti della rete possono collaborare.
iReport (http://www.ireport.com/home/index.jspa) per esempio è una piattaforma che permette di contribuire a dare il giusto “taglio” alle notizie presentate dalla CNN. Si può scrivere una storia, pubblicarla, commentare notizie ufficiali, indicare quali news sono per noi più importanti e quali invece ci interessano meno, e contribuire all’individuazione delle notizie di primo piano. Si potrebbe definire come una sezione UGC del sito della CNN in cui sono gli utenti a decretare il successo di una news, o addirittura a proporla spontaneamente.
Il Guardian va oltre e presenta la sua creatura affermando che “rispondere alle esigenze social della rete è ormai diventata una priorità”. L’obiettivo di Zeitgeist (http://www.guardian.co.uk/zeitgeist), infatti, è rivelare e indagare i fatti in modo innovativo. Si tratta di un mini sito, nella sezione Community, in cui i contenuti vengono scelti direttamente dagli utenti e non dai redattori professionisti. Le notizie in home page cambiano durante il giorno a seconda dei feedback dei lettori. Per capire a colpo d’occhio quali sono le notizie fondamentali è stata scelta una scala cromatica identificativa per le categorie tematiche. Ad ogni colore corrisponde un argomento diverso.
In realtà però tutti questi sforzi rischiano di diventare controproducenti perché si perde sia il valore della redazione professionale, sia la freschezza di una notizia UGC. Se vado sul sito del Corriere o di Repubblica mi aspetto di trovare articoli scritti da persone competenti, articoli di commento o articoli di cronaca, ma in ogni caso redatti da persone che hanno la preparazione e le competenze idonee a farlo nel migliore dei modi. Se invece aggiungo tra i miei feed blog e siti di informazione amatoriali di amici, conoscenti o blogger che stimo, so che mi troverò di fronte ad un diverso tipo di fonte di informazione. Il livello qualitativo non è per forza inferiore, anzi, ma il tipo di taglio, di notizia, di scelta editoriale, lo stile del pezzo sono completamente differenti.
Questa tendenza a confondere contenuti professionali e contenuti amatoriali si può riscontrare anche nella dilagante moda degli UGC. Ormai si trovano sempre più aziende che abusano di questo mezzo chiedendo a utenti e consumatori di produrre materiale che andrà poi a costituire parte integrante della brand identity. Quanti concorsi e giochi avete visto per l’ideazione di concept e spot di nuove campagne? E i risultati? A nessuno è venuto il dubbio che oltre all’idea fresca e originale servano l’esperienza e le capacità per svilupparla?
Non sono disposta a credere che la strada verso il crowdsourcing e il citizen journalism comporti necessariamente la perdita di competenze e professionalità e che questo danno collaterale non si possa evitare.
Educare al Social Media Marketing: lo Young Digital Lab
Articolo apparso sul n°60 di spotandweb.it di Martedì 13 Aprile.
A: “Ciao! Cosa fai nella vita?”
B: “Mi occupo di Social Media Marketing.”
A: “E da grande cosa vuoi fare?”
B: “Voglio andare avanti ad occuparmi di Social Media Marketing, o di Web Marketing, più in generale.”
A: “No, non sto scherzando, sono serio. Intendo dire cosa vuoi fare davvero nella vita?!”
Se, in questa situazione, avessi avuto come interlocutore un sessantenne forse avrei potuto giustificare la sua diffidenza nei confronti della mia professione, e soprattutto nei confronti delle mie ambizioni. Ma il mio interlocutore era un ragazzo tra i 25 e i 35 anni. Uno di quelli che adesso vengono chiamati “Nativi Digitali”. Uno di quelli che dovrebbe mangiare pane e YouTube a colazione, per intenderci.
Ho pensato allora che forse non tutti gli utenti della rete si rendono conto delle dinamiche che stanno dietro al loro schermo. Mi è venuto in mente che forse chi non lavora nel back office della comunicazione online non può avere chiaro il panorama delle relazioni che caratterizzano una pagina Facebook, un profilo su Twitter o un blog.
Le aziende invece per costruire la loro brand identity in maniera ottimale devono cogliere ogni minima opportunità che la rete offre. Loro sì che conoscono i retroscena del marketing relazionale, dell’importanza delle conversazioni, della reputazione, dello sfruttamento delle nuove tecnologie per costruire dei network di contatti. Tutto contribuisce a costruire l’immagine del marchio e le aziende non possono assolutamente permettersi di ignorare le continue evoluzioni del 2.0.
Come un fulmine a ciel sereno mi è venuta in mente un’altra conversazione.
A: “Allora, facciamo questa pagina FB!”
B: “Certo, cerchiamo di stimolare il dialogo sulla bacheca e nell’area discussioni, cerchiamo di coinvolgere gli utenti!”
A: “No, no, no… E se poi si mettono a parlar male del prodotto? Non conviene rischiare di rimanere invischiati nelle critiche. Tanto, alla fine, la pagina su Facebook non è altro che un grosso maxi banner, no?”
Ed è a questo punto del mio flusso di coscienza che mi sono resa conto che i destinatari (se ancora si possono definire tali) della comunicazione aziendale online spesso sono del tutto ignari di come marketing 2.0 possa influire sulla loro vita, e che anche coloro che dovrebbero trasmettere un messaggio, un’identità di marca, troppo spesso decidono di non prendersi responsabilità e di stare fuori dai giochi.
Noi che nel mondo del social ci lavoriamo diamo tutto questo per scontato. Noi che ogni giorno “viviamo” il 2.0 sia come comunicatori attivi, sia come utenti passivi abbiamo fin troppo chiaro quali possano essere gli enormi cambiamenti che l’evoluzione della rete sta portando nella quotidianità di ognuno. Noi che mangiamo pane e YouTube a colazione, e che lo facciamo con convinzione, sappiamo che non si può non stare al passo con le novità.
Per questo motivo sono convinta che tutte le agenzie, le università, le associazioni che organizzano corsi di formazione sull’argomento, che cercano di diffondere informazioni e conoscenze sui social media e sull’universo di possibilità che li caratterizza, tutte le pagine Facebook, tutti i blog e tutti i forum che trattano temi come reputation, brand identity, condivisione e crowdsourcing stiano rendendo un servizio alla comunità. Utilizzare in modo consapevole gli strumenti che la tecnologia ci mette a disposizione significa tendere ad uno sviluppo continuo sia delle tecnologie stesse sia di noi come utenti.

Un esempio di formazione in puro stile 2.0 è quello del Young Digital Lab di Padova dell’8 e 9 Aprile.
Michele Polico, Vincenzo Risi, Andrea Colaianni, Simone Tornabene, Federico Neri, Enzo Santagata, Gianluigi Zarantonello, Alessio Granata, Davide Dattoli sono gli under 30 (http://www.youngdigitallab.com/chi-siamo/) che hanno organizzato un seminario dedicato al social media marketing lo scorso week end.
In realtà io non ho potuto partecipare all’evento. Come faccio quindi a dire che si sia svolto in puro stile 2.0? Perché sulla loro pagina FB e FriendFeed ho potuto seguire gli aggiornamenti in tempo reale (http://www.facebook.com/YoungDigitalLab e http://friendfeed.com/young-digital-lab), perché su SlideShare trovo tutte le presentazioni del convegno (http://www.slideshare.net/YoungDigitalLab), perché sul canale di YouTube posso approfondire le tematiche trattate (http://www.youtube.com/user/YoungDigitalLab). Più 2.0 di così proprio non si può!
Vaticano 2.0
Articolo apparso sul n°51 di spotandweb.it di Martedì 30 Marzo.
La Chiesa Cattolica è da sempre un punto di riferimento per i comunicatori. La ragione è chiara e lampante: nessuno ha mai saputo veicolare dei contenuti in modo altrettanto efficace. I primi predicatori forse hanno improvvisato, scegliendo in maniera autonoma stile e tono, ma, con il passare del tempo, gli aspetti comunicativi lasciati al caso si sono ridotti sempre più.
Sant’Agostino di Ippona, tanto per fare un esempio, è uno dei comunicatori di più grande successo che la Chiesa Cattolica possa vantare. Citato anche nei manuali di retorica, Agostino raccomanda lo stile umile, ma non incolto, è convinto che ad ogni diverso tipo di pubblico si debba adattare uno specifico linguaggio, invita gli oratori a mettere davanti agli occhi degli ascoltatori l’oggetto del discorso. Linee guida moderne, da cui neanche i pubblicitari di oggi possono prescindere.
Il 23 gennaio di quest’anno papa Benedetto XVI invita la Chiesa a guardare a Internet con entusiasmo e audacia ed esorta i sacerdoti a navigare e a partecipare ai social network per portare la parola di Dio nel grande continente digitale.
Detto, fatto! Devono passare solo un paio di giorni prima di avere le prime risposte della rete, come The Prayer Engine. Si tratta di un modello di social network da installare sul proprio sito o blog, dedicato alla richiesta di preghiere. Ci si registra e si invia la propria richiesta, quando viene accolta da uno o più iscritti si riceve una notifica. Gli americani ne hanno create a decine di community ad hoc: Faithlight, Holypal, Yourchristianspace e JCFaith, solo per citarne qualcuna. In Italia invece troviamo Faithbook.it e ChristianCafè, dei Cristiani Evangelici. Evidentemente l’appello del Papa è stato accolto a braccia aperte.
Anche oggi quindi la Chiesa ce la mette tutta per non perdere colpi e rimanere “sul pezzo”. E per farlo decide anche di iscriversi a Twitter. Il 20 Marzo vengono creati sei account, uno per ogni lingua: oltre allo spagnolo, troviamo l’italiano, (”news_va_it”), il francese (”news_va_fr”), il tedesco,(”news_va_de”), l’inglese (”news_va_en”) e il portoghese (”news_va_pt”).

Ciò che stupisce, però, è che a distanza di dieci giorni, i followers non siano neanche 200. È vero che “dare i numeri” per quantificare in modo preciso una strategia social di successo è quasi impossibile, ma considerato il target di riferimento, forse ci si poteva aspettare qualcosa di più.
Che la Chiesa, a prescindere dalla bontà dei contenuti trasmessi, abbia perso completamente la capacità di raggiungere il suo pubblico? Purtroppo non basta “esserci” sui social media per riscuotere successo, bisogna anche sapere cosa scrivere e come farlo. Che investire nel social media marketing sia un modo per svecchiare l’immagine del Vaticano? Se questa è l’intenzione, forse è il caso di correggere il tiro…
Chatroulette: you are nexted!
Articolo apparso sul n°42 di spotandweb.it di Mercoledì 17 Marzo.
Ecco il nuovo passatempo per social addict: Chatroulette. Ci si collega, si accede alla piattaforma, senza login e senza registrazione, si accende la webcam e si inizia a giocare. Sul monitor appaiono due immagini, la propria e quella dell’interlocutore. Si può scegliere di iniziare a interagire oppure di passare al candidato successivo cliccando “Next”. Il meccanismo con cui gli utenti vengono abbinati è puramente casuale, non ci sono algoritmi di assegnazione per gusti o fasce di età. Ci si può trovare davanti a chiunque e a qualsiasi cosa.
Poiché l’aspetto più interessante del servizio corrisponde proprio alla possibilità di cambiare interlocutore in modo facile e immediato, è molto facile che si venga “nexted”, quindi esclusi dal gioco. L’esclusione però, a prescindere da quello che si possa pensare, avviene senza offese o rancori. È un gioco, una roulette, e nessuno ci rimane male.
Questa piattaforma è stata creata da un diciassettenne russo, Andrey Ternovskiy, che, stanco di chattare con i suoi amici e insoddisfatto dei soliti Skype e MSN, ha deciso di creare un network senza frontiere relazionali. Voleva nuovi amici sconosciuti con cui chiacchierare. A metà febbraio Chatroulette aveva una media di 20000 utenti ogni notte, non male come bacino di utenti da cui attingere per fare amicizia!
La differenza fondamentale rispetto ai social network che noi tutti conosciamo e usiamo è proprio questa. Mentre noi su Facebook, Twitter e Friendfeed cerchiamo i nostri amici, qui si instaurano relazioni con perfetti sconosciuti. È un servizio differente anche dalle chat tradizionali, in cui, anche se non si conosce chi si ha di fronte, si ha sempre qualcosa in comune, un argomento di conversazione di base che di solito è rappresentato dalla stanza di chat che si frequenta.
Le condizioni del servizio prevedono che gli utilizzatori abbiano almeno 16 anni ma, in realtà, non essendoci un controllo sugli accessi e neppure una registrazione obbligatoria, i minorenni sono presenti e attivi esattamente come gli utenti di tutte le altre età. Ed è proprio la presenza dei minorenni che fa sorgere la maggior parte dei problemi.
Noi sappiamo che i nostri figli su Facebook interagiscono con amici, conoscenti e magari familiari, ma quando si collegano a Chatroulette chi vedranno attraverso i loro monitor?
Bastano pochi minuti di chat per rendersi conto che molto, troppo, spesso si trovano immagini violente e a sfondo pornografico. Gli esibizionisti trovano qui, infatti, terreno fertile per le loro perversioni: possono finalmente “far vedere” senza filtri o limiti. C’è chi addirittura ha messo in scena impiccagioni e finti suicidi. Alcuni hanno paragonato queste immagini allo spam: come possiamo eliminare lo spam dalla casella di posta, qui possiamo semplicemente cliccare su “next”. Ma ormai l’immagine l’abbiamo vista, mentre il messaggio di posta indesiderato possiamo anche non aprirlo.
Da pochi giorni è anche disponibile una nuova feature per Chatroulette, la geolocalizzazione. È infatti possibile localizzare tramite Google Maps le immagini dell’ultima connessione dei vari utenti attraverso l’indirizzo IP. La rintracciabilità dell’interlocutore snatura il servizio e crea scontento tra gli utilizzatori abituali o è un modo efficace per scoraggiare gli esibizionisti?
Combattere la crisi con i Social Network
È stata ormai fatta ogni genere di supposizione sulle cause e sulla durata della crisi che sta sconvolgendo i mercati occidentali: economisti e organi di informazione non hanno ancora smesso di analizzare le possibili colpe di governi e aziende, né hanno saputo stabilire quanto durerà. Le conseguenze le possiamo toccare con mano: imprese e cittadini hanno dovuto tagliare drasticamente le loro spese, riducendo gli investimenti e di conseguenza stimando al ribasso i futuri introiti.
In questo contesto le aziende sono state costrette ad accorgersi che i nuovi media, decisamente più economici rispetto all’advertising tradizionale, entrassero nei media plan. Come sono stati utilizzati i social network dai pubblicitari più all’avanguardia? Fan page su Facebook, profili su Twitter e Friendfeed, concorsi UGC su YouTube. Il web 2.0 offre una gamma impressionante di opportunità perché ogni piattaforma ha caratteristiche peculiari che la differenzia dalle altre; inoltre giorno dopo giorno i social network si evolvono, migliorano, aumentano la loro complessità. La sfida delle aziende è proprio saper sfruttare al massimo il Social Media Marketing, così efficace, così economico.
La domanda sorge spontanea: se dalla parte dei produttori c’è chi è stato in grado di attutire gli effetti della crisi utilizzando la rete, si può essere certi che i consumatori siano stati in grado di fare altrettanto? In realtà hanno fatto molto di più.
Una delle caratteristiche alla base dei social media è la logica user-oriented. Ogni piattaforma, così come ogni applicazione, viene creata nell’ottica di risultare facile e utile agli occhi dell’utente che andrà poi ad utilizzarla. L’individuo è il centro attorno al quale ruota lo sviluppo e l’evoluzione di queste tecnologie. Per questo è stato così facile adattare il web 2.0 alle esigenze dei consumatori: si sono evoluti insieme.
I frutti di questo rapporto sono evidenti a tutti. L’utente di Internet risparmia e affronta la crisi anche grazie a i social network. Chi, per esempio, deve prenotare un viaggio può scegliere di utilizzare gli strumenti di Trip Advisor, una community di viaggiatori che offre strumenti aggiornati in tempo reale per comparare prezzi e qualità del servizio. Ci si potrà fidare? I 30 milioni di recensioni e opinioni che lo compongono dovrebbero bastare a decretarne il successo.
ShopSavvy, invece, è una delle numerose applicazioni per iPhone in grado di leggere il codice a barre dei prodotti, confrontando il prezzo proposto dal supermercato in cui ci si trova con quello dei negozi in zona e con quello degli store online. Nel mese di Ottobre dello scorso anno, 30000 utenti al giorno hanno utilizzato questa applicazione. Non male considerato che il mercato è limitato ai mobile devices.
In questa guerra contro la crisi, anche Facebook contribuisce a sostenere i consumatori. Per esempio, Grouponun, servizio di diffusione e condivisione di coupon promozionali e sconti, si basa su Facebook Connect per suggerire offerte vantaggiose ai consumatori sulla base della loro provenienza goografica. Nel momento in cui si aderisce all’iniziativa, i coupon vengono pubblicati sul Wall e gli amici possono commentare, condividere o apprezzare con “Like”. Groupon nasce nel Novembre 2008 e ad oggi conta quasi 50000 utenti attivi al mese per un totale di circa 73 milioni di dollari.
È proprio in un momento di crisi come questo che emergono le idee più brillanti. Utilizzare gli strumenti di Social Media Marketing come è stato fatto dalle realtà qui proposte significa sfruttare la Rete per aumentare i guadagni delle aziende, rispettando allo stesso tempo lo spirito originario sulla base del quale sono state create le piattaforme 2.0, un approccio user-oriented.
Cosa dicono di te on-line? Il Brand monitoring
Articolo apparso sul n°37 di spotandweb.it di Mercoledì 2 Marzo.
Secondo l’analisi pubblicata da PostRank, un sito dedicato alla misurazione del “valore” dei digital content, l’80% della partecipazione attiva nei confronti di un contenuto si sviluppa in spazi diversi rispetto a quelli in cui era stato pubblicato in origine.
Ma cosa significa questo dato? Cosa si intende per “valore” e per partecipazione attiva?
Per comprendere il grafico, e rendersi conto della sua importanza, è necessario avere ben chiaro il concetto di brand monitoring, o reputazione di marca.
L’analisi della reputazione online non è altro che l’ascolto delle voci che popolano la rete e che parlano di un brand. Fare brand monitoring significa scandagliare blog, forum, social network e community e cercare tutte le conversazioni che citano il prodotto che ci interessa: domande su Yahoo Answers, post o commenti sui blog, discussioni sui forum, gruppi o fan page su Facebook, video o parodie su You Tube e cinguettii su Twitter… Una volta reperite tutte le occorrenze, è necessario analizzare i dati: chi ha parlato del brand? Come ne ha parlato? A chi? In che spazi? Sono state poste domande?
Se la maggior parte delle interazioni riguardanti un contenuto si spostano dallo spazio in cui questo era stato pubblicato in origine risulta evidente che sarà sempre più difficile controllarle e indirizzarle verso gli obiettivi aziendali. Gli esperti del settore sono ben consapevoli di tale fenomeno e stanno già lavorando per capire come ascoltare le conversazioni nel modo più efficace.
É di questi giorni, per esempio, il post di MiniMarketing in cui si confronta la situazione del 2000 con quella attuale e si prende atto della differenza di diffusione di informazioni sull’identità di marca.
Nel 2000 ogni contenuto aziendale era controllato dall’azienda attraverso uffici stampa e PR, ma con il passare del tempo si sono moltiplicate le occasioni per i consumatori di contribuire in prima persona a diffondere informazioni e contenuti su un brand. Questi interventi UGC, indipendenti dalla volontà dei CEO e dei reparti di marketing, costituiscono ormai un parte sostanziale della brand identity di un’azienda.
Monitorare queste conversazioni, ascoltare la rete, elaborare i dati raccolti, capirli e intervenire in maniera adeguata è ormai indispensabile per le aziende che vogliano mantenere il controllo sulla loro identità di marca.
I Social Network: un Paese per vecchi
Articolo apparso sul n°33 di spotandweb.it di Mercoledì 24 Febbraio.
Il termine “social” è ormai sulla bocca di tutti. Persino la politica ha iniziato a farne uso per comunicare ai cittadini programmi elettorali e iniziative di partito: Social Network, Social Media, Social Media Marketing, Social Bookmarking, Social Advertising, Social Aggregator, Social game, social tagging, social search… ce n’è per tutti i gusti. Obama per esempio, ”The Internet President”, ha appena ribadito il suo impegno ad avvicinarsi al popolo americano sfruttando i social media. In particolare, Alec Ross, responsabile per l’innovazione nell’ufficio del Segretario di Stato Hillary Clinton, il mese scorso si è rivolto ad una platea di 30 giornalisti di tutto il mondo giunti a Washington per alcuni incontri organizzati dal Foreign Press Center affermando: “Il mondo sta cambiando velocemente e noi vogliamo cogliere tutte le opportunità di questa rivoluzione”. Ma non serve attraversare l’Atlantico per trovare esempi di politica 2.0, infatti anche in Italia ci stiamo dando da fare in questo senso: il blog di Di Pietro è tra i più seguiti e il Partito Democratico ha persino una Web TV “YouDem”.
Ma perché questo intensificarsi dell’uso degli strumenti 2.0 in contesti seri e impegnati se il mondo dei social è universalmente considerato come un mondo popolato da teenager? Forse perché questo è solo un vecchio stereotipo che ricerche e dati statistici hanno ormai sfatato.
Nell’immaginario collettivo i social network vengono visti come spazi dedicati a un pubblico molto giovane, in particolare gli early adopter di riferimento sono sempre stati i ragazzi delle scuole superiori o dell’università. Oggi, invece, ci si sta rendendo conto che tale assioma è falso. Twitter per esempio rappresenta un nuovo modello di successo per Internet: questa piattaforma ha avuto un aumento significativo di iscritti grazie alla popolazione tra i 35 e i 54 anni che, secondo i dati di Forrester Research, ha contribuito alla crescita complessiva del sito per il 60%. Un’altra prova della sua diffusione tra gli over 30 è data dalle attenzioni che il Governo inglese gli ha dedicato. È stata infatti appena pubblicata una guida per un uso intelligente dei post nella Pubblica Amministrazione: i cinguettii su Twitter ormai, integrano sempre più spesso le comunicazioni ufficiali e le istituzioni devono preoccuparsi della loro immagine social.
Un altro spazio dedicato in maniera inequivocabile agli adulti e che ha un enorme seguito è Linkedin: il portale dedicato a chi cerca e offre lavoro. Qui di adolescenti non c’è proprio traccia.
Guardando i dati diffusi da Pingdom.com, un portale dedicato alle ricerche di mercato e all’analisi delle tendenze sulla rete, emerge che, considerando diciannove tra i più diffusi social media nel mondo, il 25% degli utenti è nella fascia trai 35 e i 44 anni; questo significa che senza dubbio non sono i teenager a dominare la scena social, ma gli adulti.
Entrando più nel dettaglio, risulta che Bebo e MySpace sono diffusi i più diffusi tra gli under 17, mentre il 64% degli utenti di Twitter e il 61% degli utenti di Facebook è over 35.
L’età media nei social network è 37 anni, in particolare 44 su Linkedin, 39 su Twitter, 38 su Facebook, 31 su My Space e 28 su Bebo.
A questo punto pare sia innegabile che la forbice degli utenti si sia allargata fino ad includere anche gli adulti, ma siamo sicuri che la social mania non abbia già contagiato anche i più piccoli? In realtà, anche questa è una domanda retorica. È di qualche giorno fa la notizia che Dubit, una marketing agency anglosassone, ha reclutato migliaia di ragazzini dai 7 anni in su per usarli come brand ambassador. Oltre a sponsorizzare i prodotti, i bambini sono una fonte preziosa di informazioni, poiché rispondendo a questionari di soddisfazione possono arricchire notevolmente le tradizionali ricerche di mercato. In cambio i baby-endorser ottengono una paghetta settimanale di circa 28€. Scontato il fiume di polemiche che ha sommerso l’agenzia.
Prima gli adolescenti, poi gli adulti, ora anche i bambini… e adesso a chi tocca?
Buzz vs Titanium: la sfida e’ aperta
Articolo apparso sul n°25 di spotandweb.it di Venerdì 12 Febbraio.
Facebook e Google sono in guerra, in una guerra senza esclusione di colpi. Entrambi mirano al prodotto perfetto. Ma raggiungere l’obiettivo prefissato non è per niente facile; sia perché la concorrenza è a livelli altissimi, considerate anche le inarrestabili evoluzioni della tecnologia a disposizione, sia perché la totale soddisfazione dell’utente è una condizione più vicina all’utopia che alla realtà. Ce la faranno a mettere d’accordo tutto il popolo della rete dirottandolo verso un unico strumento condiviso? E quale dei due contendenti riuscirà nell’impresa? Facilità d’uso, efficienza del servizio, intuitività del layout, stabilità della piattaforma, integrazione con altri servizi… Questi sono solo alcuni degli innumerevoli parametri di cui gli utenti tengono conto quando devono stabilire a chi spetta il primato di leader della rete. E, per ora, nessuno dei due ha ancora le carte in regola per salire sul podio.
Google ha incassato un brutto colpo con Wave che non sta dando i risultati sperati, anche se, in effetti, deve ancora essere implementato e diffuso in maniera uniforme. Il servizio nasce a maggio 2009 quando, durante la conferenza Google I/O, ne viene annunciata la creazione definendolo uno “strumento di comunicazione e collaborazione”. È stato pensato per riunire email, instant messaging, wiki e social network e racchiuderli in un’onda comunicativa UGC in real time. Per ora si tratta ancora di un prodotto di nicchia a cui si accede solo tramite invito.
Una feature che invece è stata lanciata sin dalle prime battute in modo massivo è Buzz. Questo nuovo servizio è l’ultimo ritrovato “social” legato al brand di Mountain View. Mentre per Wave era stata creata un’applicazione indipendente dalle altre marchiate Google, in questo caso si è scelto di inserire il nuovo servizio all’interno di Gmail, rivoluzionando il sistema di posta che tutti conosciamo. Così, il rischio di non suscitare l’interesse degli utenti è stato ridotto al minimo: trovandosi il nuovo Buzz nella casella di posta, nessuno avrebbe potuto ignorarlo. La scelta strategica ha avuto successo: a pochi giorni dal suo lancio questo nuovo strumento ha già fatto parlare di sé sia gli esperti, sia gli utenti comuni. E da questo punto di vista ha già battuto il predecessore Wave, di cui parlano solo nerd e geek.
Ma di cosa si tratta in realtà? I detrattori hanno già iniziato a descriverlo come un minestrone di Twitter, Yammer, Foursquare, Yelp e altri social network, servito con l’aspetto di FriendFeed. In realtà si tratta di uno stream di status update, immagini, links, video del network di riferimento integrabile con gli altri servizi della BigG come Flickr, Picasa, Google Reader e YouTube. Questo flusso di informazioni può essere privato o pubblico a seconda delle impostazioni di privacy inserite. Inoltre i messaggi possono essere geotaggati. Utilizzando questa funzione attraverso un palmare, uno smartphone o un iPhone e attivando la funzione Nearby si può scoprire quali sono i contatti nei paraggi o leggere i Buzz rilevanti sul luogo in cui ci si trova.
Facebook, però, non si arrende all’idea di perdere terreno nei confronti del rivale. Quindi, per contrastare i ritrovati social di Google, ha dato vita al progetto “Titanium” (o “Titan”, a seconda delle fonti). L’idea di base è di fornire ad ogni utente del social network una mail brandizzata con questa struttura: nomeutente@facebook.com. Così si andrebbe ad infrangere quella barriera virtuale tra chi è presente nel social network e chi invece ha scelto di non iscriversi. Questo nuovo servizio di mailing infatti non sarebbe riservato, come invece succede adesso, ai soli iscritti alla community, ma sarebbe in grado di inviare e ricevere mail anche da altri gestori di posta. Anche il nuovo layout del social network di Zuckemberg assomiglia sempre di più ad una casella di posta e si allontana da Twitter e compagni.
In questo senso si muove anche il progetto Facebook Lite, che in pochi conoscono ma che è presente sul mercato da qualche mese, un’alternativa semplice e leggera al social network che siamo abituati ad utilizzare ogni giorno. É stato pensato soprattutto per chi ha una banda più lenta e per chi si connette tramite cellulare. Non si caricano le pagine, ci vuole troppo tempo per pubblicare foto, condividere link e soprattutto chattare? O magari è uno di quei giorni in cui Facebook restituisce continuamente quel fastidioso messaggio di errore “Oooops!”? Il modo più rapido per rimanere in contatto con gli amici e colleghi di lavoro ma anche con i membri della famiglia è questa versione alleggerita della community.
Ma sarà la posta che diventa social o il social network che diventa posta ad evolversi fino a diventare il prodotto perfetto a cui tutti gli utenti ambiscono?
Facebook, la cartina al tornasole della felicita’
Articolo apparso sul n°28 di spotandweb.it di Mercoledì 17 Febbraio.
Il trattamento dei dati sensibili su Facebook è da sempre uno dei protagonisti principali delle discussioni riguardanti i social network. Le impostazioni della privacy, infatti, sono state oggetto di numerosi scontri tra le associazioni dei consumatori e gli sviluppatori della piattaforma. Le prime sostengono che la riservatezza dei dati degli utenti deve essere tutelata in modo molto più rigido rispetto a quello che succede oggi, mentre Mark Zuckerberg, il fondatore di Facebook ha una visione più “elastica” del problema. Intervistato il mese scorso da Micheal Arrington di TechCrunch, il venticinquenne amministratore delegato ha spiegato che se dovesse progettare un nuovo Facebook non si farebbe scrupoli ad eliminare tutti i filtri e le opzioni di condivisione.
Il motivo di questo accanimento è chiaro a tutti: Facebook costituisce un’inesauribile miniera di dati sulle abitudini di acquisto e di comportamento degli utenti. Questo patrimonio ha un enorme valore per le aziende, che fanno tesoro dei dati per poi sfruttarli nella definizione delle strategie di marketing. Ma anche i sociologi possono avvalersi di questi strumenti per analizzare le dinamiche della società contemporanea.
Facebook infatti, con la sua diffusione omogenea sia sul territorio sia nei vari strati della popolazione, è una valida cartina al tornasole delle dinamiche sociali. Proprio per questo già da Settembre 2007 il team di analisti del social network aveva iniziato a studiare un sistema di analisi degli status update. In particolare si sono soffermati sull’individuazione di un sistema di misurazione dell’umore chiamato USA Gross National Happiness Index. Hanno scelto di utilizzare un software linguistico già collaudato, il Linguistic Inquiry and Word Count , adattandolo alle proprie esigenze. Questo programma analizza i riferimenti alle proprie emozioni, ma anche insulti o indicazioni sull’alimentazione, sulla religione… Alcuni esempi positivi sono “happy”, “yay” e “awesome”, alcuni negativi sono “sad,” “doubt” e “tragic”. Il metodo non è infallibile e i dibattiti riguardanti l’attendibilità di queste ricerche sono già infuocati, ma presi con il beneficio del dubbio anche i risultati forniti dall’applicazione GNHI possono suggerire spunti di riflessione.
In occasione di San Valentino, per esempio, sono stati pubblicati studi a dir poco curiosi. Lisa Zhang, studentessa dell’Università di Waterloo, stagista presso il team Facebook, ha redatto una nota sul sito ufficiale del social network in cui espone le sue scoperte. La Festa dell’Amore, che dovrebbe essere il tripudio della felicità e della passione, in realtà spicca tra le altre feste per il ridotto numero di status positivi: tra tutte le feste celebrate negli USA, San Valentino supera soltanto la Festa del Papà in quanto a “grado di felicità” dei post pubblicati.
Un altro aspetto molto interessante dell’analisi appena pubblicata riguarda il rapporto tra grado di felicità e situazione sentimentale degli utenti. È stato riscontrato infatti che gli utenti sposati sono incredibilmente più felici di quelli impegnati, che a loro volta stanno molto meglio rispetto ai single. Inoltre, le donne sono più propense a dichiarare di far parte di una coppia aperta rispetto agli uomini. Gli uomini, poi, sono molto più contenti rispetto alle donne quando sono sposati o coinvolti sentimentalmente, mentre sono molto più insoddisfatti quando sono fidanzati. Per quanto riguarda la comunità di single, il 30% è di sesso femminile, mentre il 40% maschile.
Ma chi sono i più tristi in assoluto? Gli utenti che scelgono di non esporre il loro status sentimentale sono senza dubbio i più depressi: queste persone sono risultate più negative del 50% rispetto a chiunque altro.
Che la condivisione con gli amici di idee, sentimenti ed esperienze porti a esorcizzare i problemi è risaputo, ma che questo meccanismo funzionasse anche nel virtuale e che fosse misurabile in modo così immediato è una novità. Ma ci sarà davvero un rapporto tra il grado di felicità espresso negli status e le informazioni pubblicate sul profilo? Agli psicologi l’ardua sentenza!
Le nuove frontiere della musica… social!
Articolo apparso sul n°19 di spotandweb.it di Giovedì 4 Febbraio.
Che la musica sia un aggregatore sociale non è una novità. Il suono dei tamburi e i canti intonati dagli uomini primitivi, infatti, non solo avevano funzione propiziatoria e religiosa, ma riflettevano anche la necessità delle persone di sentirsi parte di un gruppo, con un’identità ben definita e strutturata.
Il bisogno di appartenenza è ciò che i sociologi chiamano un “universale culturale”, un bisogno legato alla dimensione biologica, psicologica e sociologica dell’uomo che ha sempre caratterizzato la natura umana fin dalle origini e che non ha mai smesso di determinare almeno in parte le scelte degli individui.
Ciò che stupisce è che oggi sono le più moderne tecnologie a soddisfare, anche se non del tutto, questa primordiale necessità. L’incredibile successo delle community online ne è la prova. Ce ne sono di ogni genere: dedicati al beauty, allo sport, al cinema… Ma è la musica che, più di ogni altro tema, ha trovato terreno fertile nei social network.
Il celebre MySpace, per esempio, fondato nel 2003 e approdato in Italia nel 2006, si è ben presto contraddistinto dalle altre community, sia per la struttura ricca e articolata (offre ai suoi utenti blog, profili personali, gruppi, foto, musica e video con notevoli possibilità di personalizzazione) sia perché è stato il trampolino di lancio di artisti musicali ormai in vetta alle classifiche, come Lily Allen e gli Arctic Monkeys. Lo scambio di musica, il download di pezzi inediti e l’intrecciarsi di rapporti tra musicisti più o meno conosciuti sono state alcune tra le più importanti leve che hanno portato questo social network al successo.
Ma, mentre MySpace è nato come aggregatore sociale di carattere generalista, LastFM si può fregiare del titolo di più grande community a tema musicale. L’utente può crearsi un profilo molto dettagliato selezionando le canzoni preferite e archiviandole in una pagina personale, dove le troverà sempre a sua disposizione. Inoltre il sistema, attraverso l’analisi delle librerie, è in grado di suggerire brani affini a quelli preferiti, invogliando l’utente a conoscere nuovi artisti e ad allargare i suoi orizzonti musicali.
La vera novità, però, è un social network dedicato alla musica completamente made in Italy: Thounds. Si tratta di una piattaforma che ha l’obiettivo di catturare l’ispirazione musicale degli utenti; con il sistema di registrazione live integrato basta un semplice microfono per fermare quelle note o quella melodia che abbiamo in testa e a cui non riusciamo a dare una forma precisa. Altri utenti interessati alla nostra idea possono apportare aggiunte o modifiche personali, rendendo il progetto sempre più articolato e concreto. Il risultato finale potrebbe proprio essere la composizione di un brano musicale di persone che non si conoscono ma che si sono lasciate ispirare dalle stesse note. L’idea di Francesco Fraioli, Davide Bartolucci e Gian Maria Girardi di coniugare pensiero e suono (thought and sounds) è sicuramente molto ambiziosa perché presuppone la volontà degli utenti di mettersi in gioco e di condividere idee e progetti.
Questa sfida che Thounds offre è il valore aggiunto che lo contraddistingue dagli altri social network a tema musicale. Qui, non solo l’utente è spinto a creare contenuti UGC, a dare il suo contributo personale alla comunità, ma è anche incoraggiato a collaborare attivamente con altri utenti per creare qualcosa di nuovo e originale. Siamo andati ben oltre il semplice upload di foto e video.
E qual è il modo migliore per soddisfare il bisogno di sentirsi parte di una comunità se non quello di parteciparvi attivamente per definirne l’identità?
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